IL GIALLO DELLA SERA

SANGUE TRA LE LUCI DELLA NOTTE

Quando l'amore diventa odio

Di notte la città vive la sua seconda vita, quella forse più autentica. È come se i vizi e i desideri più segretamente nascosti durante il giorno fossero favoriti a uscire allo scoperto soltanto con il buio, quasi fotogrammi di una pellicola che il giorno con la sua luce intensa impedisce di sviluppare. I protagonisti di questa pellicola vagano per la città incatenati alle loro torbide passioni, seguendo sensazioni indefinite e sogni destinati a infrangersi come delicate figurine di vetro incautamente maneggiate. 
L'uomo camminava solitario, le mani sprofondate nelle tasche del cappotto, la testa incassata nelle spalle, i pensieri affondati nella melma della memoria che tutto sporca e confonde. Camminava per la città abbagliato dai freddi neon multicolori, simili a luminose corolle di fiori il cui gambo affonda nel putridume delle strade traendone la linfa malvagia che soffia sui passanti confuse promesse. Proseguiva con la testa piena di frammenti di conversazioni afferrate, tasselli che mescolati fra loro componevano un mosaico senza senso e senza logica quanto la stessa vita. Milano gli appariva come un mostro tentacolare che tutto afferra e stritola, riducendo l'uomo a marionetta disarticolata e senza più volontà. Così era stato anche per lui che, partito giovane e ingenuo, era ormai giunto al traguardo sfinito e senza più speranze. La donna che un tempo aveva amato se n'era andata, sedotta dai falsi miti proposti dalla città. Miti quali il successo facile, la vita comoda, le notti di sfrenato divertimento dove tutto sembra permesso e dovuto solo che si sia giovani e determinati.
L'uomo, che era rimasto solo con la propria coscienza, inascoltata per troppo tempo nel tentativo disperato di sfuggirle e di non udirne la voce accusatoria ricordargli il fallimento della sua vita, usava sovente uscire da quel guscio. Si allontanava da casa per andarsene là dove le gambe lo portavano: senza una direzione precisa, senza una meta particolare. Come a stazioni di una via Crucis si fermava in diversi bar, ordinava da bere e lasciava che il rispetto per se stesso andasse a farsi fottere.
Si rituffava nuovamente nella notte satura di colori vivaci e appariscenti, apparentemente caldi, che in realtà nascondevano il gelo dell'anima, e la muffa su organismi in lenta quanto inesorabile decomposizione. Tentava di affogare nel bere il pensiero della donna. Ma così come l'alcool strofinato su una immagine ottiene di farla tornare più lucida e nitida, alla stessa maniera l'alcool ingurgitato per affogare il passato otteneva l'effetto contrario di farlo ritornare più presente che mai. Quasi un relitto sul quale egli si aggrappava, lasciandosi trasportare dalla gelida corrente dei ricordi.
Poi, una sera, la rivide. Viva, reale. Non più fantasma, nuovamente donna. Reale eppure - proprio per questo - soffusa di magia, di irrealtà come sempre in fondo gli era apparsa. Stava sulla soglia di un locale notturno, in compagnia di un giovane.
Questi le sussurrava qualcosa, la bocca atteggiata a un odioso sorriso complice. E lei rideva, rideva come mai lui l'aveva vista fare in sua presenza. I riflessi gialli, rossi e blu dell'insegna al neon le facevano risaltare il viso quasi fosse una maschera del Male, la testa gettata all'indietro nell'impeto della risata, i lunghi capelli così scuri da competere con il nero del cielo, la bella bocca socchiusa pronta a dare e a ricevere. Poi lui la baciò, appassionatamente e con la padronanza di chi sa ciò che vuole e come ottenerlo senza temere rivali. 
L'uomo restò fermo a guardarli, provando lo stesso fascinoso orrore che si prova nell'osservare due serpenti aggrovigliati fra loro. Il giovane si allontanò, diretto al parcheggio. La donna, con il sorriso persistente sulle belle labbra quasi ancora gustasse il sapore della bocca di lui, si voltò. E lo vide. Il sorriso allora le si raggelò sulla bocca, mentre sul viso - quel viso così tanto amato, così tanto venerato - comparvero dapprima sorpresa, poi fastidio e quindi disprezzo. Un disprezzo profondo, intenso, che lo fece star male al punto di vacillare, di desiderare di non essere mai nato per non doversi trovare lì in quel momento e provare quello che di atroce stava adesso provando. Cercò di balbettare qualcosa, ma quel balbettio fu come il sussulto di un motore restio ad avviarsi, che mise in moto unicamente la reazione della donna e il suo disprezzo. Il disprezzo di quella che era stata la sua donna ma che adesso era la donna di un altro, amava un altro, faceva all'amore con un altro. E allora, quasi senza accorgersene, la sua mano andò alla tasca e ne riemerse con il coltello a serramanico. Premette il pulsante: la lama saettò come la coda di una serpe improvvisamente risvegliata. Il riverbero rossastro del neon si rovesciò sulla lama rendendola insanguinata anzitempo. Il giallo dell'insegna trasformò il volto della donna - ora impaurito e dalla pelle tesa sulle ossa - in una sorta di grosso teschio. Fu come se tutta la sua bruttezza fino ad allora nascosta nel fondo dell'anima fosse stata rigettata, vomitata all'esterno, su quella che altro non era se non una vetrina scintillante e ingannatrice. Quella "vetrina" venne colpita dalla verità fino a quel momento occultata come la vetrina di una gioielleria dal mattone di un ladro, mandando in frantumi tutta la sua sicurezza. La lama affondò nel ventre di lei, più volte. L'uomo colpiva quel corpo tanto amato piangendo come se ogni colpo inferto fosse stata la propria carne a riceverlo, colpiva cercando di non guardare il volto di lei privato ormai della passata bellezza, colpiva per uccidere l'assassina del loro passato amore. Il sangue sgorgato dalle ferite mescolò il proprio colore vermiglio con quello delle luci al neon. Il colore della vita che se ne andava lungo i rigagnoli di scarico giù fino alla fogna e da lì fino all'inferno si mescolò coi colori della vita notturna, artificiali e freddi come il trucco che imbelletta un cadavere imbalsamato. L'uomo lasciò cadere il coltello e fuggì nella notte, risucchiato quasi dal rigurgito di luci che pareva attirarlo là, in fondo alla strada, così come le lampare dei pescatori attirano i pesci nella rete. Una rete dentro la quale lui era finito avviluppato ormai da tempo. 
Antonio Mecca

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