Il Giallo Delle Ore 8

INDAGINE IN BIANCO E NERO
Capitolo tre

Facemmo ritorno alla mia agenzia, prendendo l’ascensore per salire al quarto piano. Aprii la porta della sala d’aspetto che solitamente rimane aperta, quindi percorsa la piccola stanza aprii con la chiave la porta che immette in ufficio. Tolsi gli occhiali da sole e appesi la giacca all’attaccapanni. Infine, dopo esserci seduti mettemmo a punto la situazione.
- Se è sempre d’accordo nell’assumermi, sappia che prendo trecento dollari al giorno, più le spese.
- Per me può andare - disse lei.
- Vorrei però sapere in quale modo intende procedere.
- Cercherò di scovare il ricettatore che potrebbe avere acquistato la collana, e soprattutto chi può essere stato l’assassino del suo amico. Penso -così credo lo pensi anche lei- che possa trattarsi di un uomo al servizio di suo marito. Questo però non vuole affatto dire che la faccenda si semplifichi. Anzi. Inoltre la collana potrebbe non essergli stata restituita.
Non replicò. Continuai.
- Cos’altro può dirmi, riguardo l’aggressore? Ha avuto modo di sentirne la voce? Parlava con accento forestiero, con voce rauca o sottile, ha avvertito un odore particolare, un profumo riconducibile a una particolare essenza, intravisto qualcosa della sua corporatura, il dorso delle mani ad esempio, che tipo di orologio aveva al polso, cose simili insomma?
Ci pensò sopra chiudendo gli occhi, e come in trance prese a ricordare. Per lei e per me.
- Era un uomo alto, almeno così mi pare di ricordare, robusto, vestito di marrone: giacca e pantaloni. Ho intravisto un orologio al polso sinistro, ma non saprei indicargliene la marca. In quanto a un profumo particolare, che immagino lei si riferisca a un dopobarba o a un’acqua di  colonia, mi pare potesse trattarsi di un lieve sentore di pino.
Riaprì gli occhi.
- Non so altro, non ricordo altro.
- E altro non pretendo di sapere, Miss Barnes. Per cui, mi metterò subito al lavoro, informandola al momento opportuno. Può lasciarmi un recapito telefonico?
- Certamente. - Mi porse un bigliettino con sopra riportati nome e numero di cellulare.
- Mi invii un SMS: sarà poi mia cura richiamarla.
Annuii. Dopodiché cavò dalla borsetta un blocchetto di assegni, ne compilò uno, lo firmò, lo staccò dalla matrice e me lo porse. Ne lessi la cifra riportata. Si trattava di una somma di mille dollari, pari a circa tre giorni di lavoro.
- Appena esco dall’ufficio -l’avvertii - farò una telefonata anonima alla polizia avvisandola che al numero 28 di Hill Street, corrispondente all’abitazione di John Bellamy, si trova il cadavere di un uomo assassinato. Per cui, eviti di fare ritorno in quella casa.
- Adesso intendo fare ritorno alla mia, di casa - mi informò - e starmene lì buona buona.
Si alzò, e mi tese la mano.
- Buon lavoro, Mister Mallory. Mi aiuti, la prego.
La accompagnai alla porta che immette nel corridoio. Dopo una decina di minuti, recuperai la mia auto: una Dodge risalente a dieci anni prima, quando le cose mi andavano meglio dal punto di vista degli affari, mi piazzai dietro al volante, accesi il motore e azionai i tergicristalli, poiché ancora non aveva smesso di piovere.
Dopo avere percorso una quindicina di miglia fermai accanto a una cabina telefonica pubblica, vi entrai e telefonai al distretto di polizia che sorgeva a poche miglia da Hill Street.
- Distretto di polizia di West Los Angeles - rispose una voce dura.
- Hill Street, numero 28 - risposi con voce altrettanto dura. - Corrisponde a una villetta a due piani al cui interno si trova il cadavere di un uomo.
- Chi parla?
- Un informatore coscienzioso - assicurai riattaccando. Quindi tornai alla mia auto sotto una pioggia talmente sottile, che era quasi un piacere il venirne staffilato. I primi neon si erano accesi donando al mondo esterno una poesia prerogativa esclusiva di una città enorme e non di rado abnorme qual era Los Angeles. Le luci multicolori che io non potevo purtroppo distinguere si mescolavano alle etnie multirazziali che popolavano la metropoli, all’odore di benzina bruciata e di pneumatici surriscaldati, a quello delle pietanze fuoriuscenti dalle numerose tavole calde esistenti lì nei pressi. A oriente il cielo andava schiarendosi, e una striscia dell’ultimo sole del fine giornata traspariva dalla nuvolaglia presente, come la pallida lama di una spada troppo a lungo acquattata nel fodero. Era come la premessa e la promessa di un indomani migliore, o soltanto la sua illusione. Un profumo di fresco permeava l’aria sovrapponendosi agli odori stantii che l’ambiente offriva, o meglio, soffriva. Mentre guidavo pensavo, e mentre pensavo cercavo di mettere a punto la procedura da adottare.


Antonio Mecca

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