IL GIOCOLIERE DELLA LETTERATURA - 3

L’uomo sorrise. Sempre l’eterno femminino, sempre l’inossidabile suo personaggio dal quale non gli riusciva di staccarsi. Si trattava di un commissario della polizia parigina residente in un paese di provincia situato a una manciata di chilometri dalla capitale. Viveva in un villino alle porte del paese in compagnia della vecchia mamma. Per quanto le avventure: di stampo poliziesco-spionistico fossero spesso sopra le righe, la sua penna riusciva a renderle credibili soprattutto nel tratteggiare la psicologia del personaggio, narrato in prima persona al presente facendolo risaltare su tutto impregnandolo della propria anima. Egli stesso, nel rileggersi, ne restava coinvolto, provando un’emozione come se quei romanzi fossero opera di un altro, un altro che albergava dentro di sé a propria insaputa.

Aveva iniziato a scrivere del suo commissario nel 1949, senza dare molto peso alla qualità letteraria della scrittura per concentrarsi invece nello stile, mutuato da quello che aveva inventato l’inglese Peter Cheyney quando scriveva del suo personaggio: l’agente FBI Lemmy Caution. Aveva poi pensato, una volta arricchitosi, di abbandonare il personaggio, spintovi dall’amore per il teatro e per una letteratura cosiddetta più alta, su consiglio di Robert: attore e regista, il quale di viso – perlomeno negli anni ’60-’70 – poteva anche somigliare a quello del suo commissario: bello e un po’ malinconico, che sullo schermo sarebbe stato perfetto. Sebbene ne avesse accettato il consiglio, aveva poi finito per fare marcia indietro, sedotto dalle sempre più alte vendite dei suoi polizieschi, e anche perché aveva compreso che quella era la sua vera lunghezza d’onda: uno stile veloce e in apparenza svagato, il quale però dietro la formula “Spinsi la porta ed entrai”, lasciava intravedere ben altro. Rinunciarvi sarebbe stato un po’ come rinunciare a se stesso, oltre che alle grandi somme di denaro che il commissario: con la sua grinta, il suo umorismo, la sua malinconia gli procurava. Senza contare che in fondo gli piaceva scrivere quelle storie, che lo emozionavano soprattutto quando poi: a distanza di anni, gli capitava di rileggerle. Allora sì che se le gustava, provando persino ammirazione per quel suo stile rapido e sapido, senza ripensamenti, che affastellava personaggi su personaggi, alternando sparatorie a scazzottature, inseguimenti a scene d’amore.

La proprietaria del bar fu di ritorno con un vassoio contenente un bicchiere mezzo pieno di denso liquore all’anice più ghiaccio, e una brocca di acqua gelata. Frédéric ne versò nel bicchiere fino a riempirlo, dopodiché ne vuotò una metà con soddisfazione. Era, quella dove si trovava, una zona periferica del paese, con poco traffico automobilistico e altrettanti pochi pedoni ivi transitanti. E nessuno di loro parve riconoscerlo, cosa questa che allo scrittore non mancò di fare piacere perché ci teneva alla propria privacy.

L’orologio al campanile della chiesa batté dodici rintocchi, seguito dallo scampanio di mezzogiorno. Questo gli ricordò che era ora di pranzo, e che aveva fame. Per cui, dopo avere terminato il suo aperitivo, pagò la consumazione lasciando anche una generosa mancia, si alzò, salutò da lontano la graziosa proprietaria del bar che portava il nome del suo commissario il quale era anche quello del suo pseudonimo e si avviò in direzione della sua ex casa mai immaginando tanto tempo prima che un giorno – affacciandosi alla finestra – avrebbe potuto vedere un bar intestato al nome del suo alter ego. Era diretto nel centro del paese dove si trovava una grande e ben fornita cartolibreria al cui interno erano presenti molti libri. Un ristorante italiano della cui cucina andava pazzo era lì nei pressi. Non c’era nulla da fare: anche nella cucina l’Italia occupava il primo posto! Ecco allora che spinse la porta ed entrò. La proprietaria era una calabrese sulla cinquantina abbondante che quando gli andò incontro lo riconobbe e lo salutò con l’aggiunta di un sorriso che aveva tutta

la luminosa bellezza della sua terra di origine.

- Bonjour, Monsieur! Comme ca va?

- Andava meglio in tempi migliori. Migliori almeno per me – le rispose lui.

Lei gli sorrise ancora più intensamente, mettendo in mostra denti bianchi e regolari. Per lui c’era sempre stato, e sempre ci sarebbe stato, una fascinazione nei confronti delle donne di bell’aspetto che non mancava mai di emozionarlo. Perché loro rappresentavano un qualcosa di diverso, un qualcosa d’altro e di alto che non poteva, non doveva, lasciare indifferenti. Era stato così fin da bambino, e forse ancora come un bambino ragionava.

- Ho letto il vostro nuovo romanzo, Monsieur Darc – le disse lei. – Bello come tutti i precedenti.

- Troppo buona, Madame. Non sempre però la ciambella riesce col buco.

Qui gli venne in mente una battutaccia, tipo la ciambella copri water dal cui buco scaricare materia organica che con la fantasia c’entrava ben poco.

- Se dopo vorrete farmi una dedica…

- Con vero piacere – rispose lui lusingato.


Antonio Mecca

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