IL GIOCOLIERE DELLA LETTERATURA 12

Ascoltarono la canzone, un brano americano interpretato con calore da un cantante di colore.

- Vi piace la musica? – gli chiese.

- Sì, ma non tutta. Ho un’altra età, e altri gusti e disgusti.

- Io l’amo un po’ tutta. Sono molto semplice, io.

- Una donna non lo è mai - replicò lui.

- Ma io non sono ancora una donna. E chissà: forse non lo sarò mai.

- Perché parli così? - La fissò perplesso.

- Perché così so parlare. Sono piuttosto ignorante, io.

- Quali scuole hai frequentato?

- La scuola media e poi quella per infermiere, dove mi sono diplomata due anni fa e di lì a poco ho trovato

  lavoro alla Casa di riposo di Saint-Chef.

- Immagino che, la presenza di una ragazza come te, rappresenti un grande sollievo per i vecchi della Casa

  di riposo. E non parlo solo di uomini.

- Per qualcuno, sì. Per altri rappresento invece un tormento.

- Un tormento senza l’estasi non è inscindibile.

Lei accennò un sorriso, ma era chiaro che non aveva capito. Se pure c’era qualcosa da capire. Lo scrittore premette sull’acceleratore, che fece balzare in avanti l’ago del tachimetro. La macchina sembrò avventarsi sulla strada, come una belva sulla preda, e l’estasi della velocità avvolse i due passeggeri che per un po’ se ne stettero in silenzio. A Frédéric era sempre piaciuta la velocità, che soprattutto da giovane aveva rappresentato un modo per sentirsi più sicuro di sé, quasi che fuggendo la realtà circostante fuggisse anche dal proprio malessere interiore. Così come gli piaceva guidare in direzione del tramonto, verso la luce del giorno che ancora brillava in cielo in attesa di venire sostituita dal buio della notte, quasi un enorme zaffiro che illuminasse le cose donando loro un’aura di emotiva fragilità.

Quanto gli rimaneva prima di calare nella sontuosa tomba di Saint-Chef? Anni, mesi, giorni? O forse ore? Sorrise.

- Perché sorridete? – gli chiese lei.

- Perché il tramonto mi è sempre piaciuto. È bello e dolce; proprio come te. Sebbene tu sia invece un’alba, un’alba luminosa.

Giunsero nella antica Lugdunum quando il sole si era ormai accomiatato. Si trovavano dalle parti della stazione ferroviaria, non lontano dal grattacielo-albergo simile a un grosso matitone, sul modello di quello presente nel porto di Genova. Dalla parte opposta un altro grattacielo, che, con le finestre di plastica scura, rifletteva al pari di specchi di strega la luce fiabesca che andava svanendo.

- Andiamo al vecchio Lyon, giovane Hélène? – chiese lo scrittore.

- Approvato! È la parte della città che più adoro.

Frédéric diminuì la velocità e prese quindi a salire la strada che recava nella parte alta dove si era insediato il centro originario. Costeggiarono l’antico teatro romano, con le sue gradinate corrose dal tempo ma ancora tutto sommato ben conservate. Giunsero sul piazzale dove sorgeva l’antica cattedrale trovando un posteggio a pagamento lì vicino. L’uomo infilò una banconota nel primo parchimetro che trovò nei pressi per poi tornare con un biglietto che sistemò sopra il cruscotto. Quindi chiuse a chiave lo sportello e si volse verso la ragazza, un po’ a disagio. Era quello forse l’inizio di qualcosa? O l’inizio della fine?

Insieme si diressero nell’antico centro cittadino le cui viuzze interne ricordavano per la loro tortuosità quelle di Napoli, città tortuosa per antonomasia.

- Mi ha sempre ricordato Napoli - disse infatti l’uomo. -  Perlomeno da quando vi sono andato per la

  prima volta.

- Allora è Napoli che vi ha ricordato Lione – gli fece osservare lei.

- Già, infatti - ammise. Passarono accanto a una vecchia libreria antiquaria che vendeva libri polizieschi e - tra questi – numerosi romanzi con protagonista il commissario creato dallo scrittore. Lui vi gettò uno sguardo attraverso la vetrina, e il vedere quelle scansie rigurgitanti, con dei suoi libri - anche vecchi - non mancò di procurargli la consueta emozione. Il vedere i propri dattiloscritti trasformati in libri corredati da copertine

bene illustrate era qualcosa di eccitante. Vi si era qualche volta recato, senza che quasi mai nessuno degli avventori lo avesse riconosciuto. Quando questo era accaduto, qualcuno dei visitatori gli aveva fatto la richiesta di una dedica e lui volentieri gliela aveva concessa.

Infilarono una via che portava al centro storico, davvero tanto somigliante a quello dell’antica Partenope.


Antonio Mecca

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