IL GIOCOLIERE DELLA LETTERATURA 13

- Lo scorso anno son tornato in Italia e mi sono recato proprio a Napoli - raccontò lo scrittore alla giovane.

- Sono salito su un tassì e mi sono fatto portare nei quartieri spagnoli, poi lì giunto sono sceso dicendo   all’autista di tornare a riprendermi in capo a una mezz’ora. Quindi mi sono addentrato tra quelle vecchie

 case, con gente che mi guardava con sorpresa mista a un certo sospetto.

- Perché lo avete fatto?

- Perché avevo bisogno di immergermi nel mood di quell’atmosfera che mi serviva per un romanzo che stavo scrivendo, un romanzo senza il commissario di cui una parte è ambientata proprio a Napoli e parla di camorra.

- E poi come è finita? Il tassista è tornato a riprenderla?

- Sì, certo. E mi sono quindi fatto riportare all’albergo di via Caracciolo, sul lungomare, dove avevo

   prenotato una camera.

Si erano fatte le nove, e la ragazza annunciò di avere fame.

- Scusa - disse lui; - mi stavo dimenticando che l’ora di cena è scoccata già da un bel po’.

Lei si limitò a sorridere. Sedettero a un tavolino all’aperto di un ristorantino, accolti da un giovane cameriere che sorrise a entrambi e in modo particolare alla ragazza. Doveva averli scambiati per padre e figlia, pensò Fédéric. Poi ci ripensò. Altro che padre e figlia; nonno e nipote.

Sorrise, ironicamente. Lei se ne accorse, e gliene chiese il motivo.

- Niente – minimizzò lui. - Ricordi di gioventù.

Così è l’uomo, pensò lo scrittore. Desidera la gioventù altrui ma poi, una volta ottenutala, se ne vergogna, perché deve fare i conti con la realtà, con il fatto di essere ormai vecchio e patetico e inadatto a certe situazioni. Meglio allora - se proprio si vuole avere a che fare con una donna giovane - rivolgersi a una prostituta, restare con lei un’oretta e poi andarsene. Se non ci si resta invece per un attacco di cuore. Meglio di una figura patetica una figura peripatetica, che con la sua giovinezza dona un po’ di gioia a chi ne usufruisce.

Cominciarono con il degustare alcuni stuzzichini, che il giovane cameriere pose loro davanti sempre con quell’odioso sorriso. Odioso per lui; ma per lei?

- Buono, vero? – disse Hélène all’uomo a lei di fronte.

- Mi ricordano gli orientali, la Thailandia in particolare - le rispose lui. - Sono abituati a fare diversi mini

pasti durante il giorno, piccole porzioni naturalmente.

- Non è poi un’usanza così sballata – osservò lei.

Mangiarono varie mini porzioni, accompagnate da due grossi bicchieri di Coca-Cola. Poi presero il dessert, e quindi il caffè. A Frédéric non era mai piaciuto parlare a tavola, perché intento a gustare il cibo. Lei cercava di adeguarsi, parlando poco a sua volta. A un certo punto però gli disse:

- Quando leggo i dialoghi che scrivete, con il commissario che spara di quelle battute spesso così divertenti,

  mi chiedo - mi chiedevo - chi ne fosse l’autore. E adesso eccomi qui accanto a lui.

- Che fortuna, eh?

- Sì. Direi proprio di sì. – Poi gli chiese: - Quanti anni ha il suo personaggio, attualmente?

- Attualmente è invecchiato pure lui – rispose. – Sebbene ce ne voglia ancora per raggiungere la mia età.

  E sebbene me ne voglia di certo per averlo fatto invecchiare. È, insomma, sulla cinquantina.

- Pensavo di meno.

- Forse perché sei influenzata dalla lettura dei romanzi del passato. Negli anni ’50-’60 sì che era giovane.

  Allora pure io lo ero, per cui lavoravamo di concerto producendo una empatia reciproca. Adesso fatico

  un po’ nel cercare di mantenerlo sul solco della tradizione che vuole l’eroe sempre giovane, forte, corag-

  gioso. E credo che alla lettura si percepisca. Del resto io stesso semino indizi per i lettori che così possono

  rendersi conto che il tempo è trascorso anche per lui.

- Ecco spiegato perché io lo preferisco ai suoi esordi.

- Adesso anch’io, se è per questo. Fino ad alcuni anni fa, no; mi sembrava che nei primi tempi fosse quasi

  uno sciocco. Per cui avevo preso ad infilare nei miei scritti lunghi periodi, senza rendermi conto che così facendo soffocavo la vivacità del personaggio. In realtà lo sciocco ero io.

Lei sorrise, pensando che se è lecito desiderare di incontrare gli scrittori è però molto meglio evitarlo.

Sono sufficienti i loro libri a parlare per loro. E molto meglio che con la loro bocca.

Oramai si erano fatte le undici. La ragazza disse:

- Torniamo? Sono un po’ stanca.

- Va bene. D’accordo.


Antonio Mecca

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