IL GIOCOLIERE DELLA LETTERATURA 19

L’uomo disse alla ragazza:

- Sarebbe possibile avere una macchina per scrivere?

Lei lo fissò con meraviglia.

- Volete mettervi a scrivere? Siete rimasto forse indietro con il lavoro?

- Non solo con quello.

Marie sembrò riflettere.

- Vedrò cosa posso fare – disse poi. – In casa non c’è nessuna macchina per scrivere. Telefonerò a Joseph e chiederò a lui di acquistarla. Avete qualche preferenza?

- Se è elettronica è meglio – disse Frédéric. – Ora sono abituato così.

- Niente computer, vero?

- Non amo la tecnologia. Preferisco restare sul classico.

- Anche la macchina per scrivere elettronica è già tecnologia – osservò la ragazza.

- È vero. Ma è pur sempre vicina a quella tradizionale. Un po’ come un’auto moderna che seppure non va

più a manovella possiede pur sempre la medesima struttura.

- Molti uomini la manovella continuano a usarla anche da adulti – commentò lei con malizia.

- Già. E idem le donne nei loro piaceri solitari.

- Vi preferisco quando non decadete così nel triviale.

- Lo faccio per mettermi alla vostra portata che è spesso davvero molto misera.

- Adesso telefono a Joseph – tagliò corto lei. – Sedete qui buono.

Così dicendo prese il proprio cellulare e compose un numero. All’altro capo della linea qualcuno rispose.

- Joseph – disse. – Potresti quando torni portare una macchina per scrivere? E poi una risma di fogli.

Ascoltò la risposta dopodiché disse: - Okay. Grazie – e chiuse il contatto. Frédéric notò che non aveva specificato il tipo di macchina, ma non fece commenti. Rimasero a parlare per il resto della mattinata, quindi l’uomo le fece compagnia mentre lei preparava il pranzo. Guardandosi intorno scorse oggetti che avrebbero potuto servirgli come arma di offesa per mettere fuori combattimento la sua carceriera. Ma non se la sentì, neppure questa volta, di fare il tentativo.

Terminato il pranzo lei lo chiuse nuovamente nella stanza, e lui ne approfittò per fare un sonnellino.

Quando il ragazzo ritornò portava una valigetta con la macchina per scrivere. Era un vecchio modello.

- È la mia macchina per scrivere – lo informò il giovane. – Trattatela bene. Ho anche i fogli.

Dentro la custodia vi era una mezza risma di carta. Frédéric Darc prese l’una e l’altra, se ne tornò nella propria stanza e dove appoggiò il tutto sul tavolino. Infilò un foglio nel rullo. Ecco la carta bianca mostrare la sua sommità nevosa, come in attesa che vi cadesse sopra la pioggia di piombo con incise le lettere dell’alfabeto.

Darc chiuse gli occhi, intento a pensare. Già durante la notte appena trascorsa aveva pensato, e molto; e fra quello che aveva pensato c’era stata anche l’idea per un nuovo romanzo con protagonista il suo commissario. Ora la macchina per scrivere vecchio modello simile a quelle da lui utilizzate fino a trent’anni prima gli fece venire voglia di scrivere alla vecchia maniera. Un’inchiesta sul modello di quelle da lui redatte negli anni’50-’60, un romanzo breve, veloce nelle descrizioni e nei dialoghi.

Già. Perché no?

Riaprì gli occhi e iniziò a battere sui tasti, dapprima cautamente, con circospezione, quasi un bagnante che saggi con il piede la temperatura dell’acqua. Poi, sempre più velocemente perché sempre più sicuro.

Mentre il foglio scendeva, spinto manualmente dalla mano dello scrittore alla fine d’ogni fine riga, riempiendosi di parole che andavano a comporre frasi, descrizioni, passaggi filosofici lo scrittore non era più in quella stanza, chiuso a chiave ma - come sempre gli capitava quando era intento a creare - nelle scene da lui descritte. Il tornare allo stile veloce di trentacinque-quarant’anni prima lo faceva in una certa maniera tornare giovane come allora. Certamente, quello che a quei tempi era spontaneo adesso era voluto, e: almeno a lui, sembrava comunque artefatto. Ma il rituffarsi nelle tranquille acque di allora gli risultava comunque piacevole, perché la sensazione provata era quasi la stessa.

Scrisse senza accorgersi del tempo che passava, scrisse avvolto e coinvolto dal proprio stile che sempre lo aveva preservato dalle brutture del mondo. Furono i suoi carcerieri a interromperlo chiamandolo per nome.

- Monsieur Darc: non desiderate cenare con noi?

A lui venne da pensare che desiderava sì cenare, ma non con loro. Ma si limitò a dire:

- Va bene. Cinque minuti e sono pronto.

Continuò a scrivere fino a terminare il paragrafo. Dopodiché si alzò e si diresse alla porta della stanza che nel frattempo era stata aperta. I due giovani lo attendevano in cucina, la tavola apparecchiata per tre. Dall’odore presente, sembrava una minestra di piselli, legumi che a Frédéric piacevano molto.

I ragazzi lo guardavano con quella luce che i giovani riservano ai vecchi: una luce di comprensione mista a compassione.


Antonio Mecca

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