IL GIOCOLIERE DELLA LETTERATURA 4

Nella sala, una ventina di tavoli, ancora tutti liberi. Una ragazza dall'aspetto grazioso che probabilmente libera non lo era proprio per via della sua bellezza, era intenta a sistemarli. Notò il suo sguardo e gli sorrise, un sorriso che lo stravolse, lo avvolse e lo coinvolse per la sua freschezza, bellezza e giovinezza. Poteva avere vent’anni e quindi avrebbe potuto ottenere anche più o meno tutto quello che avesse voluto. I capelli neri e il volto bianco avorio formavano un piccolo capolavoro di bellezza neoclassica. Doveva essere anche lei, così come la padrona, di origine italiana, sebbene probabilmente nata e cresciuta in Francia.

 

L’Italia… Il Paese più bello del mondo, che lui tanto amava, in particolar modo Venezia, dove si era di recente recato con Francoise, la sua seconda moglie. Seconda in graduatoria, ma prima per l'intensità di amore da lui riversatole. Dopo di lei non ci sarebbe più stata nessuna, perché lui era ormai troppo vecchio anche soltanto da ipotizzarlo per scherzo. Lei, invece, dopo di lui sarebbe stata ancora sufficientemente giovane e appetibile per essere in graduatoria fra le donne ancora piacenti da stimolare le voglie di un uomo. Figurarsi: 21 anni di meno! Una moglie-figlia; forse era stato anche questo, oltre che la sua bellezza innegabile, ad attirarlo. L'adolescenza femminile lo incantava, se coniugata alla bellezza. Peccato che invece lei si fosse coniugata alla non bellezza e alla non giovinezza di lui, che già veleggiava intorno ai cinquanta. Niente e nessuno l’aveva costretta, è vero; però anche in quella occasione a rimetterci era stata la donna.

- Cosa posso servirvi? - le chiese l’italiana.

 - Abbiamo penne all'amatriciana, minestra di fagioli, risotto alla milanese, cotoletta sempre alla milanese, ossobuco con piselli, melanzane alla parmigiana…

Frédéric sorrise, già pregustando ciò che di lì a poco avrebbe gustato.

- Facciamo risotto alla milanese, ossobuco con piselli e vino rosso italiano. Che però i piatti non siano

  troppo abbondanti - le raccomandò, - a differenza del vino!

- D'accordo - rispose.

Gli portò, di lì a poco, una bottiglia di vino rosso originario della Campania, accompagnata da un piatto contenente olive, salumi vari, peperoni. Lo scrittore mangiò con gusto una parte di quelle gustose pietanze, accompagnandole con un bicchiere di vino. Nel frattempo altra gente era entrata, e altri due tavoli vennero aggiunti e messi a loro disposizione. Si trattava di sei clienti; una giovane coppia e quattro uomini in pausa lavoro, che gli diedero un'occhiata senza riconoscerlo. Cosa questa che capitava spesso. Giunse il piatto di risotto, per cui lo scrittore iniziò a mangiare con meticolosa calma gustando quel cibo che gli ricordava il Paese da lui e non solo da lui considerato come il più bello del mondo. L’aveva visitato la prima volta negli anni ’50, sebbene solo in piccola parte, con la prima moglie e i loro due bambini. Si erano recati a Cervia, e già durante il soggiorno lui aveva iniziato a scrivere una inchiesta con protagonista il suo commissario, ambientandola in parte proprio lì. Avrebbe poi avuto modo di tornare in Italia e di visitare molti dei suoi tanti luoghi e delle sue tantissime bellezze presenti, provando amore, affezione, meraviglia soprattutto per Venezia, città unica al mondo che i secoli avevano preservato dalle brutture delle quali l’Uomo è spesso capace nonché rapace, vista la sua voracità insaziabile. In quel luogo così speciale, così fiabesco, Frédéric si trovava a proprio agio. Gli sembrava di vivere in un film, un film che si perpetuava nel corso dei secoli evidenziando la bellezza esistente e persistente. Sarebbe stato piacevole trasferirsi nella Serenissima, da dove poi ogni tanto avrebbe fatto ritorno in Francia, nei luoghi dove aveva mosso i primi passi come giornalista e scrittore. Perché gli piaceva ripercorrere le proprie orme, rivedere più che vedere; lo emozionava al pari di un adolescente che si rechi all’appuntamento con la sua amata.

Quando la pietanza fu consumata e la bottiglia vuotata, ordinò un caffè espresso corretto con cognac.

- Tutto bene, Monsieur Darc?

- Tutto bene, grazie – la rassicurò lui.

- Vi trattenete  un po’, qui in paese?

- Una settimana. Adesso mi dirigerò a Saint-Chef.

- Come sempre – commentò lei.

- Come sempre ma non per sempre – precisò lui.

Il caffè arrivò, accompagnato da un bicchierino di cognac. La donna tornò poi con un libro di formato tascabile da lui scritto e con una penna che gli porse titubante.

- Volete…? – gli chiese, improvvisamente timida.

Lui sorridendo prese la penna, il libro del quale osservò la copertina – si trattava effettivamente dell’ultimo in ordine di uscita ma non ultimo come scrittura – e vergò quindi con bella calligrafia in inchiostro blu una altrettanto bella dedica. Poi restituì alla donna penna e libro.

- Merci, Monsieur – ringraziò lei dopo avere letto la dedica. – Siete sempre così meravigliosamente gentile.

- Sono sempre così gentile; il meravigliosamente lasciamolo perdere.

Chiese quindi il conto, lo pagò, lasciò una buona mancia, strinse la mano alla donna, sorrise alla ragazza e se ne uscì. 

Antonio Mecca

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