IL GIOCOLIERE DELLA LETTERATURA 5

L’aria si era fatta deliziosamente frizzante, rendendo anche lui effervescente. Percorse la via principale del paese fino a giungere nei pressi della stazione ferroviaria soprastante. Si fermò per un attimo, indeciso se proseguire nella salita oppure no. Amava le stazioni per il loro odore eccitante di carbone e ferro, per quel senso di mistero che un treno in partenza o in arrivo sa suscitare. E resuscitare nei ricordi.
Non se la sentiva però di affrontare la salita; ora che la sua vita era tutta in discesa si era abituato a evitare ascensioni prima di quella finale in Cielo. Per cui decise di tornare indietro fino a raggiungere la propria bella e comoda auto italiana come la proprietaria del ristorante nel quale aveva da poco terminato di pranzare. Camminando vedeva case recenti e piante risalenti alla sua infanzia, ritornando con la mente a case e cose di un tempo lontano, e tutto questo si sovrapponeva combaciando non sempre perfettamente.

Non avrebbe potuto che essere così, e lui ben lo sapeva.

Passò sulla piazza della chiesa principale dove si teneva il mercato ortofrutticolo, respirando voluttuosamente il profumo della frutta e della verdura fresche. E con esse, quello stantio della propria passata infanzia. Arrivò alla chiesa vicino al bar, quasi di fronte alla sua vecchia casa, salì sull'auto e si diresse nella non lontana Saint-Chef.

Il nuovo cimitero del paese si trovava immediatamente sopra quello vecchio, sulla sommità di una collina verdeggiante immersa nel silenzio relativo che la natura non riesce sempre a garantire. Solo vociare di uccelli, frinire di cicale e di grilli, profumo di piante e di fiori che la stagione generosamente spandeva.            

Frédéric fermò l'auto nei pressi del cancello e scese. Con sé portava un vecchio libro di formato tascabile, un'edizione degli anni Cinquanta con protagonista il suo commissario di polizia. Aprì il cancello, per poi richiuderlo accostando le due porte laterali. All'interno del cimitero non si trovava nessuno. Solo i defunti lì ospitati, nonché l’essenza emanata dai loro resti che si mescolava con quella purificatrice delle piante presenti. Svoltò a sinistra in direzione di due tombe affiancate di cui una scura che si trovavano appartate dalle altre. Quella scura, piuttosto imponente, era di marmo nero, piantata nel terreno, priva di lapide nonché di scritte, poiché si trattava della sua tomba, che lui si era fatta costruire un paio di anni addietro guardando avanti. La osservò, con sguardo quasi affettuoso. Dopodiché sedette sul basamento, guardò la copertina del libro per un po’, rimirando l'illustrazione che riportava un uomo giovane, bello, capelli neri e viso dai lineamenti latini impegnato in un corpo a corpo con un criminale. C'era, in quel disegno, tutta l'atmosfera di quegli anni lontani, la voglia di avventura e quella di vivere un'epoca che il dopoguerra rendeva appetibile e affascinante. Cominciò a leggere dalla prima pagina. A quei tempi lui non dava grande importanza a ciò che scriveva e a come lo scriveva, perché quella era letteratura ferroviaria, come usava definirla, del tipo che si acquista nelle stazioni e che si legge durante il viaggio verso il lavoro o verso casa. Per cui spesso usava regalare copie dei propri romanzi ad amici o semplici conoscenti, per poi finire per far rimanere sguarnita la sua biblioteca. Non ci aveva badato per anni, fino a quando era subentrata in lui la voglia di rileggersi, quasi di autocelebrarsi, e riappropriarsi del proprio passato, riscoprire la propria prosa di allora e confrontarla con quella attuale. I suoi vecchi romanzi venivano ristampati molto spesso, attualizzati con nuove copertine e un ammodernamento del testo affinché la forma narrativa al presente attualizzasse anche il contesto descritto. Gli era venuto quindi il desiderio di rileggersi non in ristampe più o meno recenti bensì nelle edizioni originali di un tempo lontano. E così aveva incaricato un suo amico libraio di procurargli tutti i non pochi libri della serie che la sua biblioteca non ospitava già da tempo. Man mano che i libri arrivavano lui li rileggeva visto che a distanza di così tanti anni dall’averli scritti in maniera licenziosa e licenziati a fine stesura non ricordava praticamente più nulla di ciò che contenevano. Dopo avere ammirato l’illustrazione di copertina che un bravissimo illustratore eseguiva per la collana della Casa Editrice, ne apriva le pagine annusandone la carta. Un odore che sapeva di muffa gli penetrava nelle narici e nella mente, facendogli respirare il mondo di allora ormai defunto con tutto il suo ingenuo modo di procedere.
Frédéric riviveva l'epoca passata descritta in pagine veloci, non prive di buoni dialoghi, battute, similitudini e: soprattutto, scene d'azione all'americana. Ed era stato così che aveva preso ad innamorarsi del proprio personaggio, un giovane eroe bello, coraggioso, spiritoso e dongiovanni. 

Gli sembrava che lo scrittore di queste storie non fosse lui ma solo una proiezione di sé e gli somigliava solo in parte. E se inizialmente aveva trasfuso parte di lui nel doppio personaggio dello scrittore e dell’eroe, ora invece era lui a prendere da loro. Come pressoché tutti gli scrittori anche Frédéric viveva in una sorta di “frizione tra la realtà e la fantasia”, come una volta aveva detto Fellini degli artisti, per cui era capace di avvertire uno sdoppiamento tra sé stesso e l'altro da sé al quale aveva trasmesso non poco della propria complessa personalità.
Antoine come personaggio era l'uomo che lui avrebbe voluto essere ma che purtroppo non era. Perennemente scapolo, viveva sereno in compagnia della sua anziana mamma, capace di prenderlo per il verso giusto considerandolo sempre il suo bambino.

Antonio Mecca

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