IL GRANDE SONNO DI RAYMOND CHANDLER

Con la nuova traduzione dell'Adelphi

In occasione dell'ottantesimo anniversario della comparsa del primo romanzo di Raymond Chandler "Il grande sonno", la casa editrice Adelphi ha dato alle stampe una nuova traduzione di questa prima indagine di Philip Marlowe, personaggio ormai di culto della narrativa poliziesca, creato da uno scrittore che è entrato a far parte dell'Olimpo degli scrittori. Questa di Gianni Pannofino è la quarta traduzione del capolavoro di Chandler, dopo la prima di Ida Omboni, la seconda di Oreste Del Buono, la terza di Laura Grimaldi. Come già nella ritraduzione fatta da Del Buono - che nel tentativo di attualizzare lo stile dello scrittore americano arrivò a modificare di sana pianta molte sue battute - anche qui: nella nuova traduzione di Pannofino molti termini sono farina del suo sacco. Forse Pannofino: che porta lo stesso nome di un famoso doppiatore, così come quello dà la propria voce ad attori americani, anche lui ha inteso dare la propria voce di scrittore a quella per lui e non solo per lui ormai datata del famoso scrittore statunitense. Qui poi vi è un'ulteriore novità: quella di passare dalla forma verbale del passato remoto a quella del passato prossimo, altalenando le due forme con grande disinvoltura, spingendo l'altalena dei verbi ora in alto ora in basso, quasi la spatola di una macchina cardatrice atta a pettinare la lana ridonandole la freschezza originaria. Talvolta però la troppa freschezza ha l'effetto di raggelare molti di coloro che leggono, dato che un romanzo del lontano passato: 1939, non può e non deve rifarsi il trucco per sembrare più giovane. Lo si deve per il rispetto dovuto al suo autore e ai suoi lettori, i quali sia che lo stiano leggendo per la prima volta, sia che lo stiano rileggendo per la seconda o quinta volta (com'è il mio caso: clinico, aggiungerebbe qualcuno) hanno giustamente diritto a non essere turlupinati. Le traduzioni italiane sono in genere molto ben fatte (soprattutto quando commissionate da grandi case editrici) ma spesso variano da traduttore a traduttore avariandone il testo, poiché lo mutano non di poco. Apparentemente in maniera poco visibile, in realtà incidendone la sostanza. Purtroppo la cosa, almeno in Italia, funziona così e difficilmente si può intervenire al riguardo, visto che di riguardo verso l'autore: defunto ormai da sessant'anni, non ce ne è punto. E virgola, verrebbe da aggiungere, quando si usa piazzarlo per spezzare la frase. Chandler era provvisto di un caratterino mica da ridere, sebbene le sue battute letterarie fossero proprio da ridere, e molto. Una volta che il redattore di una rivista osò spostare nel testo dell'inviato alcune virgole, Chandler scrisse risentito una lettera di protesta prendendosela giustamente. Figuriamoci poi cosa sarebbe successo se ancora fosse stato vivo alla fine degli anni '80 del Novecento quando Oreste Del Buono ritradusse i suoi romanzi "Il grande sonno" e "La signora del lago" reinventando battute e frasi nel tentativo di attualizzarlo. Forse chissà: è giusto che trascorso così tanto tempo, così come scadono i diritti d'autore dopo settant'anni debba scadere alla stessa maniera anche la prosa di scrittori pur blasonati da critica e pubblico, quale Raymond Chandler è stato ed è. Ma certo per chi lo ha letto a suo tempo, iniziando a farlo a poco più di dieci anni dalla sua scomparsa, tutto questo non  va facilmente giù. Comunque sia, nonostante le nuove arzille traduzioni, è sempre bello leggere i romanzi e i racconti di uno scrittore che ha iniziato ad essere conosciuto troppo tardi e se ne è andato troppo presto, scrivendo poco negli ultimi quindici anni della sua vita. Uno scrittore ironico e sentimentale, capace di creare una magia letteraria in grado di trasformare la realtà in qualcosa che sa di incanto, di fascinazione pura. E di proiettarsi nei panni del suo eroe rendendolo credibile pur nelle sue azioni poco credibili. 

Antonio Mecca

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