IL RACCONTO DELLE 22 Nadia - 5

Telefonai alla mia bella cliente per informarla sommariamente di quello che avevo fatto dal momento del nostro commiato; dopodiché le chiesi di poterci rivedere da lì a qualche ora.

- Sì, va bene - approvò. - Potremmo fare in città, fra un’ora, in zona navigli? Alla darsena, più precisamente. Io abito lì nei pressi.

- Tele Naviglio le ha lasciato il segno, vero?

- Di sicuro. Ma è stata una casualità trovare la residenza qui. Okay; ci vediamo fra un’ora.

Riattaccammo per poi prepararci all’incontro. 

Tre quarti d’ora dopo, raggiunta Porta Ticinese e trovato parcheggio per l’auto, proseguii a piedi fino al luogo dell’incontro. La Darsena era stata se così si può dire bonificata qualche anno prima, e di certo ne aveva guadagnato in estetica, finendo per ricordare a qualcuno un angolo di Venezia. Pur non essendo propriamente così il paragone non era del tutto improprio, perché di certo era molto più allegro ora e richiamava turisti che vivevano la zona pensando quasi che il lontano passato fosse stato tutto così, un angolo di paradiso dopo l’altro, senza traffico intenso e frastuoni vari.

Giunsi nel punto stabilito per l’incontro e la vidi, vestita con una camicetta blu e pantaloni grigi, scarpe col tacco basso e una giacchetta nera dal taschino della quale fuoriusciva un fazzoletto bianco. Mi vide e sorrise. Io sorrisi a mia volta nel vederla, perché quella era una ragazza la cui visione invitava al sorriso.

- Mi ha addirittura preceduto - le dissi; - e sì che sono addirittura in anticipo.

- Si sta così bene all’aperto - replicò lei. - Sono stata fortunata nel trovare un appartamentino qui in zona.

- È stata fortunata anche la zona nel trovare una persona come lei è - replicai a mia volta. - Perché la valorizza.

Rise con quella risata aperta, allegra, simpatica. Ci stringemmo la mano, amichevolmente.

- Cosa posso offrirle? - chiesi. - È ancora presto per un aperitivo e tardi per un ammazzacaffè. Ma non per una bibita neutra né per un caffè liscio.

- Restiamo qui, se non le spiace. Adoro stare in questo luogo, a farmi accarezzare il viso dalla brezza.

- Nadia - esordii, - mi sono recato per prima cosa a parlare con il suo ex fidanzato a Tele Naviglio; tra l’altro mi ha pregato di inviarle i suoi saluti più affettuosi. 

Lei annuì, e negli occhi potei notare una luce di commozione mescolata a tristezza. Commozione per il ricordo di qualcosa che era stato e ora non era più, qualcosa che aveva rappresentato molto per lei; e tristezza perché quel qualcosa era ormai relegato nel passato.

- Non sapeva: per lo meno così afferma, dei messaggi da lei ricevuti; a proposito: anche oggi ne sono arrivati?

- Due. Ha diminuito la quantità ma non la qualità: che è sempre del medesimo livello.

Trasse di tasca lo smartphone, premette alcuni tasti e mi mostrò il display. 

Il primo messaggio riportava scritto: “Manca poco alla tua fine”.

Il secondo invece: “Hai finito di spadroneggiare”.

Quest’ultimo era stato inviato due ore prima. Quello precedente, tre ore addietro.

- Qualcuno invidioso per la sua bella carriera? - ipotizzai nel restituirle il telefono. - Oppure una vendetta da parte di clan mafiosi, sui quali ha avuto modo di indagare qualche tempo fa?

- Non saprei cosa rispondere, signor Solmi. Se non che tutto può essere.

Mi venne un’idea, che volli poi verificare.

- Per favore, torni indietro con la messaggistica a prima del primo invio di minaccia.

In breve tempo la ragazza esaudì la mia richiesta.

- Torniamo adesso indietro ai messaggi inviati immediatamente prima.

Lei eseguì. C’era un numero di telefono fisso, con una chiamata della durata di tre secondi. Immediatamente prima, alle ore dieci e dodici, dallo stesso numero ecco partita un’altra telefonata della durata di qualche secondo in più.

- Si ricorda chi fosse? - le chiesi.

- Non ha risposto nessuno, se non ricordo male.

Andammo alla telefonata precedente. Anche questa era partita dal medesimo apparecchio, e durata quasi dieci minuti.

- Chi mi aveva chiamato era stato Elia, il mio capostruttura. Abbiamo discusso innanzitutto del mio ritardo, poiché dovevo essere lì: in sala trucco, già da mezz’ora, ma avevo avuto un incidente con l’auto e quindi non solo non mi ero presentata in orario ma neppure avevo avvertito su cosa mi era successo. Così Elia mi aveva telefonato dalla sala trucco per sapere cosa mi fosse capitato.

Ci pensai per poco. Quindi le dissi:

- Può accompagnarmi da questo Elia? Vorrei potergli parlare.

La ragazza annuì. - Va bene. Ora gli telefono.

Lo fece e spiegò al suo capo cosa desiderava. Poi annuì nella mia direzione, tolse il contatto e mi disse: - D’accordo. Accetta di riceverci.

  Antonio Mecca


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