IL ROMANZO DELLE ORE 20

Il RIFUGIO di Albertina Fancetti - Ventottesima puntata

- Ho una cosa interessante da farvi vedere, si trova nella mia cantina - disse Giuliano a Gianluca e Daniele, che stazionavano nell’androne del loro palazzo, immersi nella calura opprimente di un desolato pomeriggio di fine agosto.
- Vieni anche tu Sonia. No, voi due non vi voglio, andate pure a farvi un giro - intimò alle altre ragazze che si allontanarono umiliate, guardando la privilegiata con odio.
La piccola vittoria ottenuta ad Acquatica era stata di breve durata, ancora una volta quella puttanella era l’unica a essere ammessa ai loro stupidi incontri segreti, pensavano bisbigliando tra loro.I tre ragazzi si mossero all’interno dell’androne dai muri dipinti di scritte e disegni osceni, si diressero poi verso le strette scale che conducevano alle cantine. Sonia li seguiva con aria indolente soltanto per togliersi dal sole accecante. Si chiedeva quale poteva essere la sorpresa che Giuliano teneva celata nella sua cantina. Scesero nei sotterranei del palazzo che appariva disabitato. Anche i più squattrinati erano partiti per le vacanze, diretti a casa di parenti e ospitati gratuitamente nei vari paesi d’origine. Un odore di muffa li aggredì dopo i primi scalini, ma la frescura che vi regnava era comunque preferibile al caldo implacabile che imperversava all’esterno. Giuliano aprì la porta della cantina, li fece entrare chiudendola subito a chiave. Gianluca si guardava intorno con il solito sorriso stupido stampato sulle labbra. Daniele appariva molto nervoso, la pelle pallida tirata sui lineamenti delicati e il ciuffo di capelli neri che gli cadeva continuamente sugli occhi. Sonia si sentì invadere da una profonda inquietudine e rimase a guardarli in trepida attesa. La piccola stanza quadrata prendeva luce da una finestrella posta in alto sulla parete, i vetri erano talmente sudici che nessuno avrebbe potuto guardarvi attraverso. Due damigiane di legno ammuffito accanto al muro, al centro una poltrona sgangherata ricoperta di polvere.
- Siediti Sonia, quello è il tuo trono da principessa - disse Giuliano ironico.
- Non c’è niente da vedere qui, apri quella maledetta porta e lasciami uscire - intimò la ragazza.
- Ho detto di sederti - sibilò Giuliano, tolse dalla tasca dei pantaloni un coltello a serramanico. Gianluca rideva nervosamente, Daniele era pallido come un morto. Sonia si risedette guardando l’arma che si avvicinava sempre più al suo viso, con l’espressione di un animale braccato.
Cominciò lentamente a slacciarsi i pantaloni, quindi schiacciò l’inguine contro il viso della ragazza, mentre l’afferrava brutalmente per i capelli. Sonia scosse il capo freneticamente.
- No! Giuliano ti prego no! - implorò inutilmente.
- Taci e datti da fare - disse il ragazzo.
- Non voglio! Giuro che ti morsico… -
- Ci devi solo provare! - disse Giuliano minaccioso, mentre continuava a premere contro le sue labbra. Sonia senti il coltello sfiorarle la gola e fu costretta ad aprire la bocca. La tensione nella cantina era altissima e il suo carnefice finì in pochi minuti. Sonia si chinò sputando in preda a conati di vomito.
- Adesso tocca a te Gianluca, facci vedere cosa sai fare - lo incitò Giuliano.
Gianluca si avvicinò alla ragazza come in trance, la sua eccitazione era fin troppo visibile, si sbottonò i yeans con dita tremanti, ma non riuscì a trattenersi e finì prima che la ragazza riuscisse a sollevare il capo, schizzandole la maglietta e i capelli. Sonia piangeva convulsamente, si passava le mani tra i capelli con gesti isterici.
- Forza Daniele, adesso tocca a te - lo esortò Giuliano.
Daniele stava addossato alla parete più lontana, scoteva il capo con gli occhi arrossati dalle lacrime represse.
- Non voglio! Lasciala stare e fateci uscire! - urlò piangendo.
- L’ho sempre detto che sei solo un povero frocio - disse Giuliano affibbiandogli in calcio negli stinchi. Daniele cadde sulle ginocchia, tenendosi la testa fra le mani.
- Lasciami uscire vigliacco! Voglio uscire! Aiuto! - grido istericamente.
Giuliano, reso inquieto da tutto quel vociare, si avviò verso la porta aprendola con furia. Si guardò intorno per essere certo che non ci fosse nessuno, quindi tornò verso Daniele.
- Esci di qui bastardo! Ma stai attento, se provi a parlare ti ammazzo, hai capito?
Daniele si precipitò fuori, seguito da Gianluca. Giuliano afferrò Sonia per i capelli umidi di sudore e di umori e la spinse via dalla cantina.
- A te non c’è bisogno che dica di non parlare, tanto nessuno crede a una puttana, ti hanno visto tutti scendere con noi in cantina… nessuno potrà pensare che non eri consenziente - aggiunse in tono sprezzante.
Sonia risalì le scale piegata dai conati di vomito, lasciando dietro di sé una fetida scia di bile. Entrò nel portone, salì sull’ascensore e giunta al quinto piano aprì la porta di casa e corse verso il bagno. Si mise sotto la doccia e continuò a strofinarsi il corpo e i capelli fino a quando l’acqua cominciò a diventare gelida, allora si accovacciò nella vasca con le ginocchia strette al petto, gli occhi sbarrati ormai senza più lacrime e le labbra serrate. Fu così che la trovò sua madre, quando rientrò diverse ore più tardi.
- Oh Dio! Ma che hai fatto… ti sei drogata? - si infuriò alla vista della figlia nuda e tremante, con lo sguardo perso nel vuoto. Con gesti decisi l’aiutò a sollevarsi e l’avvolse in un accappatoio. Sonia non reagiva, sembrava un fantoccio di stracci. La madre la sostenne fino alla sua camera, dove la fece coricare, la coprì con un lenzuolo e uscì dalla stanza. Accese il televisore e si accinse a preparare la cena.
- Vieni a tavola, è pronto - la invitò più tardi, entrando nella cameretta dove regnava un caldo soffocante.
- Non ho fame, lasciami in pace - rispose Sonia in tono cupo.
- Domani prepara la valigia. Ti faccio partire per Benevento. Ho già telefonato alla zia che ti aspetta insieme a Michela… così te ne vai da questo quartiere e da tutti i tuoi vizi - disse la madre.
Sonia non replicò, volse il viso devastato contro la parete e rimase a fissare un puntolino di luce che vi si rifletteva. Si sentiva del tutto priva di forze, annientata, finita.


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