Il sole di fuoco della giovinezza

"Succede che la stagione di una ragazza si dilegui, a volte, proprio come una meteora. Parevano giorni, e invece erano la vita; parevano lucenti sassolini di tempo, una ghiaia di levigati e policromi istanti, ma invece erano balze, picchi rocciosi, una montagna; al di là della quale è tutt'a un tratto caduto il sole di fuoco  della giovinezza".
Questa parole di Giuseppe Marotta scritte in apertura del suo racconto "Il chiosco", Lina se le ricordava sovente, adattandole a sé e al suo modo di essere, a ciò che la sua vita era diventata ormai da molti, troppi anni. C'era stato un tempo in cui lei: ragazza ancora giovane, aveva gioito dei piaceri della vita e sperato che anche per quanto la riguardava ci sarebbe stato un approdo che non si fosse invece rivelato per essere l'ultima spiaggia sulla quale si era arenata ormai da tempo. I fidanzati che aveva avuto: non molti, si erano comportati tutti alla stessa maniera, illudendola dapprima e piantandola dopo, come un fiore ormai rinsecchito da sistemare in un vivaio arido. Tutto il suo amore si era allora rivolto verso i membri della propria famiglia: la mamma, morta troppo presto, il padre: una sorta di caricatura di Eduardo De Filippo che viveva soltanto del suo frugare fra le immondizie alla ricerca di oggetti ancora servibili almeno per lui. E poi la zia, una specie di seconda madre, e il fratello, un uomo che da giovane non era stato brutto ma che la timidezza congenita e la successiva follia mentale l'avevano reso incapace di uscire di casa, per restarsene confinato fra le mura domestiche a fumare, guardando dalla terrazza sistemata al primo piano, o fissare lo schermo televisivo; mangiare e recarsi a letto a soffocare nel sonno i propri incubi del giorno, che solo la morte avvenuta né troppo presto né tardi aveva siglato con la parola "Fine" la sua disgraziata esistenza. Ora, completamente sola nella casa che per tutta la sua esistenza l'aveva ospitata, era invecchiata rapidamente, il volto appassito e orrendo quasi quanto quello di un fiore ormai troppo annusato e privo della freschezza naturale che lo aveva contraddistinto. Un fiore che da bello a vedersi si era tramutato in un fiore appassito, non più con il profumo della freschezza giovanile che rendeva i pensieri puliti e piacevoli da ascoltare e li volgeva alla speranza. Le grida festose delle ragazzine che spesso sostavano nel giardinetto sottostante la riempivano di angoscia e di tristezza. Loro, poco più che bambine, avevano ancora tutto il futuro davanti; lei invece solo il passato, un passato che per la maggior parte del tempo era una replica fedele dell'infedeltà che le speranze giovanili le avevano promesso ma non mantenuto. Quel pensiero che già da un po' l'assillava e che andava facendosi di volta in volta sempre più intenso, l'assalì anche ora. Si affacciò al balcone, e le vide. Erano in tre, poco più che bambine, belle, sorridenti e piene di vita, quella vita da cui lei era stata svuotata ormai da tempo. E così si decise. Si recò in camera da letto, una camera perennemente buia perché da quando era morto il fratello le tapparelle le aveva tenute sempre calate, come palpebre che non più ambissero di vedere la luce del giorno, la luce della vita. 
Accese il lampadario e si recò fino al comò, dove nel primo cassetto si trovavano le sue gioie personali: anelli, catenine, bracciali. Alcune cose erano anche di un certo valore; altre invece poco più che bigiotteria. Le prese, quasi infastidita per la loro luce, per il lucore che ancora trasmettevano, per poi tornare al balcone, dove il trio di giovani fanciulle in fiore rideva felice. Le chiamò. Loro si zittirono, sollevando la testolina come corolle di fiori in direzione di un sole malato. Senza neppure sorridere, Lina comunicò di volere regalare loro dei gioiellini, che le bambine accolsero con strilli festosi. Glieli gettò così come si gettano semi su un terreno fertile, semi che avrebbero fatto crescere sani e forti nuovi fiori forieri di vita, destinati o predestinati alla procreazione. Le osservò raccogliere quei pezzi che per loro erano come l'oro, e che una volta presi e sollevato lo sguardo, le sorrisero con felicità pura, ringraziandola di cuore. E lei, Lina, sorrise per poi ritirarsi dalla finestra come l'uccellino di un orologio a cucù che ha finito di segnare, e di sognare, l'ora. L'ora ultima per quanto la riguardava di una rivalsa che mai più si sarebbe avverata.
Antonio Mecca

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