INCONTRO AL LAGO

Di Albertina Fancetti
Capitolo tre

Luciano si passò la mano tra i capelli in un gesto di sconforto. Il gatto gli si mise a fianco, miagolando a gran voce. I facchini della chiatta mutarono espressione, guardandosi fra loro con aria circospetta, quindi, come obbedendo all’animale, avvicinarono la chiatta alla sponda. Il giovanotto robusto che lo aveva schernito poco prima, si portò sulla punta dell’imbarcazione porgendogli la mano.
«Se volete salire con noi, signore, vi condurremo verso la città…»
Luciano non se lo fece ripetere e saltò agilmente sulla chiatta: la compagnia dei facchini era preferibile alla terribile solitudine che aveva provato poco prima, trovandosi solo in mezzo alla nebbia e in quel luogo sconosciuto. Pur sentendosi spaventato dall’insolita situazione in cui si trovava, tuttavia una parte del suo animo era colma di eccitazione e curiosità verso tutto ciò che lo circondava. Anche i ragazzi della chiatta lo osservavano con interesse. Un ragazzo dall’aspetto emaciato e il volto da furetto gli si avvicinò toccandogli l’impermeabile, palpò la stoffa con aria da intenditore, scuotendo il capo.
«Per forza avete freddo!» esclamò in dialetto, vedendo Luciano stringere le dita intorno al bavero dell’indumento, poco adatto a proteggerlo dall’umidità che saliva dall’acqua. Subito i suoi compagni gli porsero uno scialle di lana pesante, che il ragazzo gli drappeggiò sulle spalle. Luciano lo ringraziò, ricacciando la repulsione che provava nel sentirsi addosso quell’indumento sudicio e puzzolente, si accorse però che in pochi minuti lo avevariscaldato.
«Vi ha portato Aquilino sulla darsena?» chiese il ragazzino con un sussurro.
«Chi è Aquilino?» Luciano lo guardava con espressione interrogativa.
«Il gatto…»
«Taci chiacchierone! Non disturbare il signore con le tue stupidaggini» si intromise il giovanotto robusto che tutti chiamavano Carluccio.
Luciano si volse verso la riva, ricordandosi del suo piccolo amico, ma del gatto grigio non vi era più traccia, era scomparso improvvisamente così come si era materializzato nella nebbia.
«Cosa trasportate?» chiese Luciano, nel tentativo di fare un po’ di conversazione.
«Sono i marmi per restaurare il Duomo» rispose Carluccio con importanza, meravigliato che Luciano potesse ignorare una cosa tanto risaputa. «Vi lasceremo sulle rive del laghetto, da dove potrete proseguire a piedi o chiedere un passaggio su qualche carro».
Un sole appena tiepido cominciava a farsi strada con il proseguire della mattinata, sulle rive erbose del naviglio spuntavano delle margherite e dei ranuncoli gialli, mentre un salicesolitario affondava i suoi rami nell’acqua scura. Un’imponente cattedrale si trovava sulla riva destra e Luciano credette di riconoscere la basilica di S. Eustorgio.
Il ragazzino si sedette su un mucchio di cordami, ai suoi piedi e, sempre sussurrando, gli chiese dove avesse acquistato degli abiti così strani. Luciano non seppe cosa rispondere, dopo una breve esitazione disse di averli comperati all’estero, in un paese lontano dove faceva molto caldo. Il ragazzo assentiva con il capo, mostrandogli la sua comprensione.
«E tu come ti chiami?» gli domandò Luciano.
«Mi chiamo Agostino signore e voi come vi chiamate?» Luciano si presentò stringendo fra le sue, le mani nere del ragazzo, che sorpreso dal gesto gentile gli fece un ampio sorriso, mostrando i denti anneriti. Un improvviso vociare dei facchini li distolse dalla loro conversazione. Il naviglio si immetteva in un piccolo lago circondato da un boschetto di ippocastani, su di un tratto di riva si scorgeva l’approdo per le chiatte. Agostino balzò dai cordami e lanciò la fune con destrezza, avvolgendola attorno al paletto. Carluccio si guardava intorno con espressione ansiosa, percorrendo tutto il perimetro del laghetto con i grandi occhi celesti che risaltavano sul viso scuro.
«Oggi non c’è! Oggi non verrà!» cantilenavano i suoi compagni prendendolo in giro, mentre Luciano si guardava intorno chiedendosi come mai quel luogo gli apparisse così familiare.
I facchini si apprestarono a scaricare il pesante materiale comandati da un uomo anziano. Il lavoro era massacrante e ben presto i loro ruvidi camiciotti furono intrisi di sudore, nonostante la temperatura frizzante del mattino. Anche Luciano saltò sulla riva, decise di aspettare che gli uomini terminassero le operazioni di scarico, prima di chiedere loro indicazioni circa il cammino che doveva percorrere e ringraziarli del passaggio. Si sentiva riluttante all’idea di lasciare quel posto.
Agostino, troppo gracile per trasportare i pesanti blocchi di marmo, manovrava la grossa chiatta, cercando di tenerla immobile per agevolare il lavoro dei suoi compagni. Ben presto arrivarono i carri, trainati da robusti cavalli da tiro e il materiale fu riposto ordinatamente sopra di essi.
La chiatta era pronta per ripartire, gli uomini salirono a bordo, soltanto Carluccio continuava a guardarsi in giro, scrutando le rive del lago con espressione delusa. Agostino, sceso a terra, stava armeggiando con la fune di ancoraggio.
«Vorrei ringraziarvi per il passaggio» disse Luciano avvicinandosi a Carluccio, che si riscosse dai suoi pensieri udendo il suono della sua voce.
«Dovere signore. E ditemi dove siete diretto?»
«Volevo proprio domandarvi che strada devo percorrere per raggiungere il centro della città»
«Seguite il sentiero dei carri e vi troverete proprio nel centro della piazza, dove stanno costruendo il Duomo, a sinistra comincia la Corsia dei Servi»
«Grazie ancora e buon lavoro!»
«Aspettate signore!» chiamò l’uomo anziano dalla chiatta. Luciano tornò verso di lui guardandolo con curiosità. «Se andate in città dovreste farmi la cortesia di portare questo pacco con voi. Proviene dalla Certosa di Pavia e deve essere consegnato all’Inglese» disse porgendogli un involto di ruvida carta marrone.
«Scusate ma io non conosco neppure la città… come potrei trovare questa persona?» chiese Luciano.
«Lo troverete questo pomeriggio ai Bastioni della Porta Orientale, sarà lui a riconoscervi » L’uomo dai capelli bianchi gli volse le spalle in modo ruvido,convinto che Luciano gli dovesse un favore in cambio del passaggio ottenuto quella mattina.
Luciano rimase sulla riva, rigirandosi il pacchetto tra le mani. Agostino lo guardava sorridendo furbescamente, mentre Carluccio si decideva a risalire a bordo della chiatta.
«Non si è vista stamattina…» disse il ragazzino, con quella sua abitudine di sussurrare come un cospiratore.
«Chi è che non si è vista?» chiese Luciano sussurrando a sua volta.
«La ragazza del lago… è bellissima e Carluccio se ne è innamorato.
«E l’Inglese chi è?» chiese poi, sperando che Agostino fosse più loquace del vecchio .
«È un fantasma!» esclamò il ragazzino con voce soffocata mettendosi una mano sulla bocca, simulando un grande spavento. Quindi, con un agile balzo saltò a bordo, sventolando la sciarpa rossa in segno di saluto fino a quando la pesante imbarcazione non scomparve all’interno del canale.


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