INCONTRO AL LAGO

Di Albertina Fancetti
Capitolo quattro

Luciano rimase solo sulla riva del laghetto. Alle sue spalle si snodava la strada in terra battuta dove poco prima erano passati i carri, un grappolo di vecchie case si specchiavano nell’acqua. Diede un’ultima occhiata circolare prima di allontanarsi, il suo sguardo fu attratto da qualcosa di bianco che si muoveva tra gli alberi sulla sponda opposta, simile a un fantasma, appariva e scompariva come se stesse giocando a nascondino. Per alcuni minuti vide soltanto i rami frondosi che, mossi dal vento, davano luogo a strani giochi di luce.
Proprio quando stava per convincersi di essere stato, ancora una volta, vittima di un’illusione ottica, una figura vestita di bianco si affacciò nel varco fra gli alberi e scese scivolando sulla rena candida inginocchiandosi in riva al lago. Come se stesse eseguendo un insolito rituale, portò le braccia affusolate verso l’alto: l’abito di pizzo con le maniche a calice le lasciava scoperti i polsi sottili e Luciano vide i raggi del sole scintillare intorno al polso sinistro. La fanciulla tuffò le mani candide nell’acqua scura e, colpito da quel gesto, Luciano riconobbe la ragazza che gli aveva sorriso dal quadro: la ragazza del lago. Quella sensazione di gioiosa aspettativa che aveva provato tornò a invadere il suo animo, quindi si spinse fino alla riva, quasi di fronte alla donna vestita di bianco, dove rimase immobile osservandola in silenzio.
La ragazza sollevò le mani colme d’acqua all’altezza del viso, fu allora che, alzando lo sguardo, vide il giovane uomo che la guardava da lontano. Sorrise facendogli un grazioso cenno di saluto con la manina grondante, le gocce d’acqua trafitte dai raggi del sole scintillarono come una cascata di diamanti, che lo abbagliarono. Dovette chiudere gli occhi per un istante e quando li riaprì la ragazza era sparita. Una nuvola coprì il sole e gli alberi tornarono del loro colore verde cupo, come le acque scure.
Luciano si riscosse, per un attimo pensò di percorrere il perimetro del lago alla ricerca della fanciulla, ma si convinse che sarebbe stato inutile. Voltò quindi le spalle allo specchio d’acqua e si incamminò di buon passo lungo la strada sterrata, cominciava a scorgere in lontananza le prime case della città. Quando le raggiunse osservò da vicino i vecchi edifici con le finestre anguste, alte e strette, protette soltanto da imposte scure. L’odore intenso e sgradevole che aveva avvertito dall’inizio di quell’avventura ricominciava ad avvolgerlo e, con orrore, vide una donna vuotare un pitale dalla finestra verso strada, sotto la quale un rivolo di acqua fetida scorreva in una cunetta. Disgustato, cercò di tenersi ben lontano dalle finestre, camminando al centro della strada, proseguì il suo cammino verso la grande piazza dove fervevano i lavori di restauro del grandioso Duomo di Milano. Un gran polverone incombeva sul vasto piazzale, in mezzo al quale si agitava una moltitudine di operai che si scambiavano ordini a gran voce. Luciano si allontanò dirigendosi verso la Corsia dei Servi. La strada era stretta e vi si affacciavano negozi di varia mercanzia e caffè dall’aspetto raffinato. Molta gente camminava lungo la via, tutti erano abbigliati con vestiti ottocenteschi e guardavano Luciano con aperta curiosità. Lui stesso cominciava a sentirsi fuori posto, stretto nei jeans azzurro chiaro che spuntavano dal corto blusotto impermeabile color giallo banana, per non parlare delle scarpe sportive in tinta con il blusotto. L’idea di infilarsi in un negozio e comprarsi dei vestiti più consoni all’ambiente gli appariva ridicola. Decise quindi di infischiarsene dei loro sguardi inorriditi e di continuare ad apparire come uno stravagante turista proveniente da qualche strano paese. Entrò in un caffè, il barista gli si fece incontro guardandolo con disapprovazione.
«Desidera signore?» domandò poi con un certo sussiego.
«Sì, prenderei volentieri un caffè» rispose Luciano con aria divertita.
Il barista sparì in fondo al negozio tornando poco dopo con caffettiera e una tazza, che riempì con il liquido profumato, porgendo quindi una ciotola che conteneva alcune zollette di zucchero di colore scuro. Il caffè era ottimo e Luciano frugò nelle tasche del blusotto alla ricerca di denaro. Istintivamente pose sul bancone una moneta da un euro, che il ragazzo si affrettò a ritirare, esaminandola poi con attenzione mentre la teneva sul palmo della mano.
«Mi dispiace signore, ma non conosco questo genere di valuta, dovreste essere così gentile da pagarmi in lire».
Luciano si rese conto di essersi cacciato in un guaio. Come sempre la sua mano corse verso il ciuffo di capelli scuri, cercando inutilmente di domarlo e trovare una rapida soluzione al problema.
«Mi dovete scusare ma non ho ancora avuto il tempo di cambiare il mio denaro, sapete indicarmi un ufficio di cambio?» chiese al barista, mostrando il suo sorriso più affabile.
«Più avanti troverete una banca, ma non ve ne andrete certo da qui prima di avermi pagato».
«Allora facciamo in questo modo, vi lascio tutto il contenuto del mio portamonete che, vi assicuro, vale assai più di un caffè e più tardi andrete voi stesso alla banca a farveli cambiare… siete d’accordo?»
Il barista lo guardò con espressione perplessa, mentre Luciano gli allungava il portamonete che conteneva circa quattro euro e una manciata di centesimi. Quindi soppesò attentamente il borsellino contando le monete contenute e, alla fine, parve convinto dell’affare e lo salutò con un cenno del capo invitandolo a uscire dal suo locale.

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