INCONTRO AL LAGO

Di Albertina Fancetti
Capitolo sei

Camminò per un’ora raggiungendo un antico quartiere che sorgeva alle spalle del vecchio Lazzaretto. Si inoltrò in un labirinto di vicoli, nel cuore della Milano più misteriosa, davanti a edicole barocche e scale che sparivano in oscuri androni all’interno dei quali languivano fioche luci. Luoghi angusti dall’aspetto vagamente minaccioso e l’odore, intenso e acre, di rifiuti marcescenti, di orina, di muffa e di legna affumicata. Luciano si sentiva stanchissimo, si fermò guardando verso una vecchia casa che gli stava di fronte. Sulla facciata spiccava un’antica insegna «Taverna Meneghina». Attraversò una porta incassata in un muro massiccio, scese i pochi gradini e si trovò in un’ampia cantina con il soffitto a botte. L’ambiente sembrava ricavato da una grotta, l’illuminazione era creata da deboli lampade a petrolio e da alcune candele di sego imprigionate in rozzi candelieri di ceramica. Il tremulo riverbero, che non riusciva a intaccare vaste zone d’ombra, contribuiva a creare un’atmosfera irreale e un po’ sinistra. Nella taverna stavano due servitori che indossavano costumi dell’epoca. Uno mescolava il contenuto di un pentolone posto sul fuoco di un camino in fondo alla stanza, l’altro stava accanto al banco di mescita. Il profumo del cibo era molto forte, come se dovesse sovrastare la puzza che regnava appena fuori dalla porta. Luciano si sedette a un tavolo di legno, l’oste gli si avvicinò per prendere l’ordinazione. La specialità della casa erano gli ossibuchi con il risotto allo zafferano. Entusiasta, ordinò senz’altro il piatto proposto e una bottiglia di vino rosso. In un angolo in ombra stavano altri due avventori: un uomo e una donna. L’uomo appariva sprofondato nell’oscurità, la donna, che dava le spalle a Luciano, era di corporatura esile, leggermente curva sul tavolo, con le braccia affusolate appoggiate con grazia. Il polso sinistro era stretto da un braccialetto di forma insolita, che luccicava vivamente alla luce delle candele. Ancora una volta Luciano credette che potesse trattarsi della ragazza del lago, questa volta però appariva vestita di nero, i capelli erano raccolti in una crocchia e la scarsa luce che rischiarava il locale impediva di distinguerne il colore. Temendo di incappare in un'altra situazione imbarazzante, decise di non muoversi dal suo posto, continuando a osservare la coppia con discrezione. L’arrivo della pietanza lo distolse dai suoi pensieri e attaccò il cibo con appetito. Anche il sapore gli appariva troppo intenso e, sebbene avesse molta fame, si sentì sazio dopo aver ingerito i primi bocconi. Il risotto, mantecato in una quantità di burro e midollo, risultava molto nutriente e colmo di grassi ai quali Luciano, igienista convinto, non era affatto abituato. La carne degli ossi buchi era tenerissima e saporita, e la sentiva sciogliersi nella sua bocca senza quasi aver bisogno di masticarla. Bevve alcuni bicchieri di vino per riuscire a inghiottire la pietanza, che non riuscì comunque a finire. Quando venne il momento di pagare il conto, Luciano si ricordò di non avere ancora risolto il problema della moneta corrente.
«Vengo da molto lontano e non sono riuscito a cambiare il mio denaro con la vostra moneta» disse mostrando un biglietto da cinquanta euro al padrone della taverna. L’uomo lo guardò scuotendo il capo con atteggiamento minaccioso. Non volle neanche toccare la banconota che Luciano gli sventolava sotto il naso. Impaurito dal cipiglio dell’oste, si tolse l’orologio dal polso e glielo porse, mostrandogli tutte le funzioni. L’uomo cambiò subito espressione, osservando con meraviglia il quadrante luminoso dove, oltre all’ora esatta, apparivano la data e le fasi lunari. Luciano si profuse in spiegazioni circa il suo funzionamento e anche il servitore si avvicinò per vedere quella incredibile novità, producendosi in espressioni talmente sbigottite da apparire comico. Finalmente un sorriso trionfante apparve sulle labbra dell’oste, che si mise orgogliosamente l’orologio al polso, salutando Luciano con poderose pacche sulle spalle, sospingendolo verso l’uscita prima che avesse il tempo di ripensarci. Fu così che per pagarsi la cena, dovette dire addio al prestigioso orologio che gli aveva regalato sua madre, ma l’avventura che stava vivendo era talmente incredibile che non ebbe il tempo di affliggersi troppo a lungo. Dalla soglia della taverna rivolse lo sguardo verso l’angolo dove la coppia di avventori stava consumando la cena, ma vide che il tavolo era vuoto, erano usciti mentre lui era intento a contrattare con l’oste. Fuori dalla porta stava scendendo la sera, un lampionaio si accingeva ad accendere le fioche luci che illuminavano le strade anguste.
«Scusate, sapete indicarmi la via per raggiungere via Fiori Chiari?» gli chiese Luciano.
«È molto lontano da qui, dietro il Tombon de San Marc, le strade sono pericolose la sera… vi conviene prendere una carrozza signore» consigliò l’uomo.
Ombre scure stavano infatti insediando la città, rendendola ancora più arcana e corrusca. Luciano rifletté sulla possibilità di servirsi di una carrozza, ma il problema del pagamento del passaggio si sarebbe riproposto e non aveva intenzione di privarsi di altri oggetti a cui era legato affettivamente. Si incamminò quindi nella sera, muovendosi guardingo, sobbalzando a ogni fruscio che avvertiva accanto a sé. Alla tremula luce di un lampione scorse due grossi ratti che si rincorrevano lungo la cunetta dove gorgogliava l’acqua fetida di una fogna a cielo aperto. Finalmente uscì dal labirinto di vicoli stretti che formavano il vecchio quartiere, sbucò su un largo sentiero che fiancheggiava un canale. Tutto intorno era deserto, le poche case isolate che sorgevano lungo la riva avevano le finestre serrate da imposte scure e sembravano disabitate. Fortunatamente era sorta una grossa luna piena che, specchiandosi nelle acque del canale, illuminava il sentiero da percorrere.


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