INCONTRO AL LAGO

Di Albertina Fancetti
Capitolo sette

Luciano si avviò lungo la riva del canale. Camminava ormai da parecchio tempo, quando udì in lontananza il suono degli zoccoli di un cavallo che avanzava a piccolo trotto, insieme allo scricchiolio delle ruote di un carretto. La prima reazione fu di sollievo. Cominciava a sentirsi stanco e avrebbe approfittato volentieri di un passaggio. Pensandoci bene pero, una vaga inquietudine cominciò a farsi strada nel suo animo, consolidata anche dal luogo desolato in cui si trovava.
«Se alla guida del carro ci fosse un bandito, o più di uno, potrebbero uccidermi e gettarmi nel canale, non possiedo neppure un arma per potermi difendere».
Si guardò intorno smarrito, mentre sentiva sempre più vicino il rumore del carretto. Lungo il canale non si vedevano nascondigli, soltanto bassi cespugli carichi di boccioli di rosa canina che biancheggiavano nella notte. Luciano avvertì brividi di terrore scorrergli lungo la schiena, mentre aghi di ghiaccio lo pungevano sulla nuca. Tuttavia, nonostante la grande paura, nella sua mente si faceva strada un assurdo sentimento di esaltazione. L’aspettativa dell’evento, seppur spaventoso, gli provocava scariche di adrenalina che lo portarono a voltarsi verso il carretto, ormai giunto alle sue spalle, con un crudele sorriso di sfida stampato sul viso.
Il cocchiere tirò dolcemente le redini e fermò il cavallo davanti a Luciano: era un giovane imberbe, emaciato, dal colorito terreo e lo sguardo spento. Aveva lunghi capelli neri che gli svolazzavano attorno al collo, sembrava l’immagine del vizio precoce. Con la schiena appoggiata al bordo del carro, fumava una corta pipa che staccava dalla bocca soltanto per portarvi il fiasco del vino, dal quale attingeva lunghe sorsate. Guardò Luciano atteggiando le labbra in un sorriso sinistro: «Volete un passaggio signore? Non è affatto salutare per uno straniero aggirarsi di notte in questi paraggi» disse con voce impastata.
«Grazie! È proprio quello che stavo per chiedervi» rispose Luciano. Il giovane cocchiere, sebbene avesse un aspetto poco rassicurante, gli faceva più pena che paura. Valutandone il fisico esile e l’apparente ubriachezza, decise che sarebbe stato in grado di difendersi da ogni possibile attacco.
«E ditemi signore, dove siete diretto a quest’ora ingrata?»
«Sono atteso in via Fiori Chiari… voi per caso vi recate da quella parte?»
Il cocchiere emise una risata stridula che risuonò sinistramente nel silenzio della notte. Un improvviso sbattere d’ali di un uccello notturno, forse disturbato da quel suono sgradevole, fece sobbalzare entrambi.
«Salite a cassetta accanto a me, signore. Vi condurrò fino al Tombon de San Marc, ma da lì ve la dovrete cavare da solo… svelto, togliamoci da questo luogo».
Luciano saltò a bordo e il carretto riprese il cammino, trascinato dal vecchio ronzino, sulla scia argentea della luna.
«È molto lontano via Fiori Chiari da questo famoso Tombon de San Marc?» domandò Luciano al cocchiere.
«Affatto! È appena lì dietro, vi arriverete in pochi minuti se i fantasmi ve lo permetteranno…»
«Quali fantasmi!» esclamò Luciano in tono scettico.
«Fantasmi delle fanciulle che si sono buttate nel Tombon per i dispiaceri d’amore e sono state risucchiate dall’acqua. Si dice che sia senza fondo e non rende mai i cadaveri di chi vi si butta» fu la risposta del cocchiere. Luciano decise di non porgergli altre domande, sperava che lo scenario che gli aveva appena prospettato fosse dovuto al suo farneticare da ubriaco.
Proseguirono, addentrandosi silenziosamente nella notte buia. La testa del cocchiere gli ciondolava sulla spalla, avvolgendolo nel fetore del suo alito avvinazzato. Luciano fu tentato di strappargli le briglie dalle mani, ma quando ci provò, le mani diafane del giovane si strinsero con forza inaspettata attorno alle redini ed egli lo guardò con gli occhi nerissimi, simili a due tizzoni ardenti, nei quali si poteva leggere una furia omicida. Luciano ne rimase colpito e si scostò verso il limite del sedile a cassetta, il più lontano possibile da quel relitto umano. Il viaggio durò ancora pochi minuti, alcuni antichi palazzi apparvero alla luce dei lampioni, dove il canale si buttava in un vasto bacino a forma di mezza ellisse.
«Ecco signore siete arrivato! Girate intorno al Tombon e prendete la seconda strada sulla sinistra… la casa dell’Inglese è quella dipinta di rosso» disse il cocchiere.
«Come fate a sapere che devo recarmi da lui?» domandò Luciano con inquietudine.
Il giovane gli sorrise sardonico, in quel momento, sembrava essere sobrio.
«Poiché siete ospite di Lord Byron non vi farò pagare la corsa… buona notte signore!» aggiunse in tono beffardo, prima di scrollare le briglie e rimettere in moto il vecchio ronzino.
Luciano rimase solo, guardandosi intorno in quel luogo pauroso. Sebbene non vi fosse neppure un alito di vento, le acque di quella piccola darsena erano agitatissime e si slanciavano contro gli argini con furia selvaggia, sollevando alti spruzzi ben oltre la banchina. Le poche imbarcazioni ancorate alla riva venivano sballottate senza pietà, in preda a una forza poderosa che sembrava provenire dal fondo del bacino. Luciano si affrettò a percorrerne il perimetro fino a raggiungere un ponticello che si ricongiungeva alla strada. Fu allora che vide il bambino… Saltava fra i barconi ormeggiati con in testa un cappuccio da folletto. Il piccolo sembrava volare sopra l’acqua fino a quando balzò sulla riva correndo verso il ponte. E correndo singhiozzava, ma non era il grido normale di un bambino spaventato, bensì l’urlo strozzato di una creatura derelitta e disperata. Luciano lo rincorse attraverso le strade oscure. Avvertiva il rumore dei suoi piccoli passi davanti a lui e, alla luce di un lampione, lo vide entrare nella porta di una casa. Lo raggiunse in poche falcate, il bambino stava rannicchiato dietro la porta e, non appena lo vide si alzò a fatica e rimase fermo davanti a lui. Il cappuccio da folletto gli scivolò dalla testa e cadde a terra. Luciano lo fissava e la sua incredulità diventava orrore e paura. Non era affatto un bambino, ma un piccolo nano tozzo, alto poco meno di un metro con una testa tarchiata da adulto troppo grande per il suo corpo, ciocche di capelli grigi gli pendevano sulla fronte. Non singhiozzava più, ma sogghignava muovendo la testa, poi, con un movimento fulmineo scattò verso la porta, passando attraverso le lunghe gambe di Luciano con una tale violenza da farlo cadere oltre la soglia. Disteso sul selciato della strada, vide il nano sparire in fondo alla strada, inghiottito dalle tenebre. Alzando lo sguardo scorse una lapide bianca con la scritta: via Fiori Chiari N°13, che risaltava sull’intonaco rosso granata della facciata della casa. Luciano capì di essere arrivato a destinazione.


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