INCONTRO AL LAGO

Di Albertina Fancetti
Capitolo otto

La casa tinteggiata di rosso granata appariva deserta, soltanto le finestre del primo piano erano debolmente illuminate da un tremulo luccichio di candele. Luciano rientrò nell’oscuro androne e prese a salire la stretta scala fino al pianerottolo, sul quale si aprivano due porte di legno lavorate con arabeschi. Rimase esitante davanti a esse, valutando a quale bussare, quando la porta alla sua sinistra si socchiuse e un servitore, abbigliato in una livrea lo invitò a entrare con un profondo inchino.
«Venite avanti signore, Lord Byron vi attende in salotto».
L’appartamento, illuminato da una moltitudine di candele, era arredato con buon gusto. Mobili di classe, scelti con molta cura. Lungo il corridoio gli si fece incontro la figura spettrale che Luciano aveva conosciuto quel pomeriggio ai giardini della Porta Orientale.
«Ben venuto nella mia casa signor messaggero!» esclamò l’Inglese.
Luciano, sorpreso, manifestò la propria ammirazione.
«Voi abitate in una casa bellissima…»
«È il mio piccolo museo domestico, sono lieto che vi piaccia, ma vi prego venite in salotto a conoscere gli altri ospiti».
Luciano lo seguì, al centro si trovava un grande tavolo d’ebano di forma rotonda intorno al quale erano sedute tre persone. Alcuni candelabri d’argento, appoggiati sopra delle nicchie, riflettevano sugli ospiti una tenue luce che coloriva i loro volti di un insano giallo paglierino. Almeno per quanto riguardava i due uomini, poiché l’unica donna, vestita di nero, appariva celata da un sottile velo dello stesso colore. Nel portamento aggraziato delle braccia appoggiate sul tavolo, Luciano credette di riconoscere la donna che aveva cenato alla Taverna Meneghina poche ore prima. L’uomo che stava a sinistra della giovane, paludato in un pastrano di colore verdastro, era di corporatura robusta, il viso lungo dalla mascella quadrata aveva la pelle liscia come quella di un bambino, sebbene non fosse particolarmente giovane. Gli occhi verde smeraldo luccicavano come quelli di un gatto sopra il naso adunco, le labbra dischiuse sopra i denti grossi e candidi creavano un sorriso innaturale. I capelli scuri, ricci e indomabili, gli incorniciavano il volto con ciuffi ispidi conferendogli l’aspetto di un grosso istrice.
«Vi presento il dottor Cesare Bradamanti, è giunto proprio oggi da Parigi per presenziare a questo incontro importante». Lo presentò l’Inglese. Luciano si inchinò istintivamente davanti allo strano personaggio, evitando accuratamente di stringergli la mano pelosa.
Girando intorno al tavolo, Lord Byron raggiunse l’altro uomo e gli si pose dietro le spalle.
«Questa sera anche l’abate Busoni ha voluto onorarci della sua presenza».
L’ospite indossava una lunga tonaca nera che accentuava il pallore del suo viso scarno sormontato da lunghi capelli grigi. Osservò Luciano con una viva curiosità. Stirò le labbra sottili e violacee, in un tentativo di sorriso che non arrivò a scoprirgli la dentatura. Luciano avvertì un’istintiva avversione nei confronti dell’abate e gli rispose con rigido inchino, senza cercare di mascherare la sua espressione contrariata. L’Inglese appariva divertito da quella muta schermaglia e con un gesto grazioso della mano, facendo volteggiare il polsino di pizzo che sporgeva dalla manica della scura redingote, si inchinò davanti a Luciano spostando galantemente la sedia per farlo accomodare, quindi gli si sedette al fianco. Osservando il suo sguardo interrogativo diretto verso la donna velata, gli sorrise dolcemente.
«Mi dispiace non potervi presentare la nostra medium, ma ella preferisce che non venga divulgata la sua identità».
Si trattava dunque di una seduta spiritica, pensò Luciano con inquietudine. Non aveva mai partecipato a riunioni di quel genere: oltre a un naturale scetticismo, aveva sempre ritenuto che ci fossero porte che dovevano essere lasciate chiuse. Tuttavia, in quello strano contesto, ritenne di non potervisi sottrarre. Da quando era cominciata quell’avventura vi era stato un tale susseguirsi di situazioni strane che, anche in quel momento, l’iniziale timore stava lasciando il posto a una crescente sensazione di curiosa aspettativa.
Al centro del tavolo, Luciano riconobbe l’involto di carta marrone che i facchini gli avevano consegnato quella mattina. L’abate Busoni si alzò in piedi e con le dite scheletriche, oscenamente rapaci, si mise a scartare l’involto. Apparve una piccola ampolla di vetro trasparente, sulla superficie rotonda vi era stata applicata un’etichetta dipinta a mano con caratteri fioriti che riportava il nome del contenuto: Assenzio.
Il cameriere in livrea uscì dalla zona d’ombra portando un vassoio d’argento con quattro calici di cristallo. L’abate li riempì tutti meticolosamente nella stessa misura porgendoli a ognuno degli uomini. Lord Byron levò il suo calice, invitando con lo sguardo gli ospiti a imitarlo e bevve tutto d’uno sorso il liquido trasparente che odorava fortemente di erbe. Tutti bevvero, Luciano tenne per qualche istante il liquore all’interno della bocca per gustarne il sapore sconosciuto. La vista gli si annebbiò quasi subito e gli sembrò che il tavolo si fosse messo a ondeggiare. Di fronte a lui stava il dottor Bradamanti, i cui lineamenti apparivano deformati come fossero stati di plastilina, manipolata dalle mani di una strega. L’abate Busoni ricadde sulla sua sedia rimanendo rigido contro l’alto schienale con lo sguardo fisso nel vuoto. Luciano non riusciva a voltarsi verso l’Inglese che stava al suo fianco, ma avvertiva la sua oscillazione a destra e a sinistra, simile a un pendolo.
Improvvisamente le mani dei partecipanti si serrarono strettamente le une alle altre e Luciano si sentì imprigionato dalla stretta d’acciaio di Lord Byron, così inaspettata in quelle mani curate, e la poderosa destra villosa di Cesare Bradamanti. La donna velata emise un profondo gemito intrecciando fortemente le proprie mani e buttando la testa all’indietro. Alle sue spalle, una specchiera dalla cornice rococò rifletté il sinistro fluttuare del velo nero, le candele, dalle nicchie sulla parete, fecero luccicare il bracciale che le cingeva il polso sottile, era d’argento finemente cesellato, l’artigiano che l’aveva creato aveva disegnato una catena di foglie, in mezzo alle quali fiorivano boccioli di rosa lavorati con una pietra del colore dell’aurora. I fiori parevano dilatarsi davanti agli occhi di Luciano creando un gioco ipnotico. Pur con la mente ottenebrata dall’effetto stupefacente dell’assenzio, era certo che la medium fosse la stessa ragazza che aveva visto quella mattina in riva al lago. Cercò di liberare la mano per toglierle il velo, ma i due uomini al suo fianco non glielo permisero.
«Chi volete chiamare?» chiese la donna velata in tono doloroso, piegando ora il capo in avanti come per ricevere la risposta degli astanti.
«Lo spirito del lago» esclamarono i tre uomini all’unisono.
La medium cominciò a scuotere il dorso istericamente, sembrava un fantoccio in balia del vento, il capo roteava in direzione opposta al movimento del busto, come se il collo fosse stato privato di muscoli e nervi. A un tratto un colpo sordo scosse il tavolo e nello stesso istante la finestra si spalancò facendo volteggiare le tende bianche: per un attimo parve che il salotto fosse stato invaso dai fantasmi. La donna rimase immobile con il capo rovesciato all’indietro, nella specchiera appesa alle sue spalle ardevano lingue di fuoco.
«Chi sarà la vittima? > chiesero all’unisono Busoni e Bradamanti.
«Il messaggero vi troverà la morte!» La donna velata aveva ancora cambiato tono, ora la voce era possente e spaventosa nello stesso tempo, Luciano la sentì trapassare il suo corpo come la furia di un uragano, credé che il cuore gli venisse strappato dal petto e, improvvisamente leggero, gli sembrò di fluttuare nell’aria lambito dalle tende bianche che seguitavano a volteggiargli intorno.
La medium crollò con il capo sul tavolo, il velo nero adagiato in mezzo alle lunghe braccia. Il braccialetto appariva spento intorno al suo polso, le pietre rosa erano diventate opache e l’argento delle foglie sembrava annerito dal tempo. La finestra si richiuse e l’aria rimase immobile. Le mani che serravano quelle di Luciano lo lasciarono libero ed egli vide chiaramente i volti dei personaggi che lo circondavano riflessi alla tremula luce delle candele.
«Allora messaggero avete afferrato il significato dell’annuncio dello spirito» chiese Lord Byron in tono solenne.
«Non credo di aver capito signore… » rispose Luciano, ancora confuso.
«Veramente ho anch’io qualche perplessità riguardo alla profezia» disse Bradamanti.
«Eppure sembra piuttosto semplice… non è vero abate Busoni?» chiese l’inglese, mentre rivolgeva a Luciano un sorriso inquietante.
«Purtroppo non credo che il nostro messaggero debba avvicinarsi al lago».
Tutti si volsero a guardare Luciano come se si aspettassero una replica, ma lui continuava a non capire quale fosse il suo ruolo riguardo a quella strana faccenda. Un silenzio pesante scese nella stanza, la ragazza continuava a rimanere riversa sul tavolo. Lord Byron si sollevò di scatto dalla sua sedia e dichiarò che la riunione era terminata.


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