INCONTRO AL LAGO

Di Albertina Fancetti
Capitolo dodici

Riemerse lentamente dalle tenebre e si ritrovò nel suo letto, con il corpo inzuppato di sudore gelido, come se realmente fosse uscito dalle acque del laghetto. Al tenue chiarore della luce che filtrava attraverso la finestra della sua stanza, riconobbe gli oggetti che da sempre gli erano familiari. Si alzò dal letto stropicciandosi gli occhi, assaporando la piacevole sensazione di essere ancora vivo. Uscì dalla camera dirigendosi verso la cucina, da dove provenivano i rumori abituali, mentre sua madre era affaccendata ai fornelli e nella casa si diffondeva il profumo appetitoso dei cibi che gustava da quando era bambino.
«Ciao mamma!» la salutò affacciandosi alla soglia, mentre sul suo viso ancora assonnato si diffondeva un’espressione di sollievo: ogni cosa aveva ripreso il giusto posto nella sua vita. «Ma che ore sono?»
«Le undici passate, ieri sera avete fatto tardi… non ti ho neppure sentito rientrare» gli rispose sua madre.
«Posso avere una tazza di caffè?»
«Certo… un attimo solo» era abituata a servirlo come un principe, ma Luciano sapeva quanto la infastidivano queste sue incursioni in cucina, mentre era alle prese con la preparazione del pranzo. Tornò quindi verso il soggiorno, avvertendo ancora una sottile percezione di irrealtà. Sperava che il caffè, che sua madre gli porse dopo pochi minuti, riuscisse a snebbiargli la mente scacciando così le ultime reminiscenze di quel sogno tanto intenso da sembrare un’esperienza reale. Luciano osservò il calendario appeso in cucina sul quale spiccava la data del 25 aprile. Si affacciò alla finestra, aveva piovuto, anche se in quel momento un pallido sole cercava di farsi strada fra le nuvole grigie.
Decise di farsi una doccia, il prendersi cura della propria persona lo aiutava sempre a riflettere con chiarezza. Dopo essersi vestito, tornò nella sua stanza e si diresse verso il comodino, alla ricerca del suo orologio, dove lo lasciava abitualmente la sera prima di coricarsi, ma quel mattino non ne vide traccia. Frugò nelle tasche del giubbotto giallo che indossava la sera precedente, ma la ricerca fu vana. Disfece completamente il letto, togliendo anche la federa al cuscino… l’orologio sembrava proprio sparito.
«Non trovo più il mio orologio… quello che mi hai regalato a Natale. L’hai per caso visto in giro da qualche parte?» chiese allarmato alla madre.
«No, ho spolverato dappertutto questa mattina e non ho trovato nulla… non mi dire che l’hai perso Luciano!» gli rispose con una nota di rimprovero nella voce.
Luciano la guardò con espressione smarrita e, per un attimo sembrò tornato il bambino di un tempo, sempre buono e giudizioso, tranne quando si faceva trascinare dai compagni in qualche marachella.
«Lo avrai perso ieri sera, nel posto dove siete stati dopo la lezione di ballo. Ho dovuto lavare anche i tuoi jeans, che erano tutti macchiati di verde fino al ginocchio, sembrava che aveste camminato nell’erba…»
Cosa aveva fatto la sera precedente con i suoi amici? Luciano faticava a ricordare tutto quello che precedeva il sogno, come fosse accaduto in un'altra vita. Dopo la lezione di ballo si erano fermati alla solita pizzeria, quindi avevano chiacchierato a lungo, seduti sulle panchine dei giardinetti del vicino piazzale, dove di erba non vi era più neppure l’ombra.
Rimase a riflettere, affacciato alla finestra del salotto, aspettando che fosse pronto il pranzo.
Mangiò in silenzio, immerso nei suoi pensieri mentre sua madre, ancora imbronciata per la perdita dell’orologio, evitava di rivolgergli la parola.
«Mamma, dove posso trovare una piantina di Milano?» chiese a un tratto, rompendo quel silenzio pesante.
«Guarda accanto alle guide telefoniche, se non sbaglio ne hanno mandata una insieme alle ultime».
Luciano distese la cartina sul tavolo del soggiorno e, armato di una matita, tentò di ricostruire il percorso che aveva seguito durante il sogno. Non era affatto facile, poiché la città aveva cambiato completamente il suo aspetto con il passare dei secoli. Decise di partire da piazza Vetra, il luogo più riconoscibile, scendendo poi lungo via Mulino delle Armi, superando l’ospedale Maggiore fino ai giardini della Guastalla. Il laghetto doveva trovarsi da quelle parti e forse, le bellissime piante secolari che tuttora formavano quel bellissimo parco erano ciò che restava del fitto boschetto che aveva circondato parte dello specchio d’acqua. Continuò a studiare la cartina alla ricerca di un indizio e infine i suoi occhi si posarono su via Laghetto… forse il nome della strada era dovuto proprio alla sua posizione, dove una volta c’era il piccolo lago, attraverso il quale i facchini scaricavano i marmi utili alla restaurazione del Duomo. L’euforia che lo aveva accompagnato durante il sogno tornò a impadronirsi di lui.
«Vado a fare un giro in centro, conto di tornare per l’ora di cena» disse alla madre che, seduta davanti al televisore acceso, gli rispose con un cenno del capo.



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