INCONTRO AL LAGO

Di Albertina Fancetti
Capitolo tredici

La darsena che si estendeva davanti ai suoi occhi gli appariva molto più ridotta rispetto a quella che aveva percorso nel sogno. I magazzini di legna e carbone erano stati sostituiti dalle vecchie case di ringhiera, che costituivano uno degli angoli tipici della città. Un lungo tram arrivava sferragliando da viale Gorizia e sulle rive del naviglio non vi era più traccia dei prati in fiore, ma soltanto strette rive ricoperte di erbetta dall’aspetto ingiallito.
Proseguì lungo il corso di Porta Ticinese fino a piazza Vetra, la cattedrale era rimasta pressappoco la stessa, la porticina che gli aveva aperto il sagrestano appariva murata. Il prato che circondava la chiesa era privo dei bellissimi fiori colorati e la vegetazione stentata non sarebbe mai riuscita a macchiargli il fondo dei pantaloni. A ridosso di un muretto di mattoni, una cucciolata di gattini miagolava, protetta da una rete metallica: erano graziosissimi, ma nessuno di loro gli ricordava il grosso gatto grigio che lo aveva guidato attraverso la città.
Percorse la via Mulino delle Armi, guardandosi intorno come un turista, fino ai giardini della Guastalla dove attraversò la via voltando a sinistra. Giunto in via Laghetto, Luciano rimase subito coinvolto dall’atmosfera particolare. Tuttavia non riuscì a distinguere alcun dettaglio che potesse aiutarlo a ricostruire l’immagine del laghetto. Sembrava infatti incredibile che, sotto le fondamenta delle numerose case edificate intorno a lui, potesse trovarsi tuttora uno specchio d’acqua. Portandosi però al centro della via, alla destra di un ristorante, scorse la sagoma del Duomo molto vicina, ritenne quindi che l’approdo della chiatta doveva trovarsi proprio in quel punto. Si avvicinò maggiormente alla siepe che proteggeva l’entrata del ristorante, ammirando l’antico dipinto protetto da un’edicola, che le stava sopra.
«È l’immagine della Madonna dei Tencitt» gli disse la proprietaria del ristorante, uscita a fumare una sigaretta, osservandolo con curiosità.
«I Tencitt?»
«Sì, erano i facchini che trasportavano il marmo per la costruzione del Duomo, pare che avessero il volto annerito dalle scorie e dalla fuliggine: tencio in dialetto significa scuro… sudicio».
«Grazie! Mi ha fornito un’informazione molto utile» disse Luciano, volgendo poi lo sguardo verso una vecchia casa con la scritta “Casa Occupata” riportata sulla facciata e contornata da disegni simbolici.
«Non abita più nessuno in quella casa?» chiese alla padrona del ristorante.
«No. La polizia li ha fatti sgombrare quasi un anno fa».
«Ma chi erano le persone che l’avevano occupata?»
«Un gruppo di ragazzi, molto creativi, come può osservare dai disegni. In particolare ricordo una ragazza sempre vestita di bianco… portava gonne lunghe da zingara».
Luciano si sentì la bocca improvvisamente inaridita dall’emozione… doveva assolutamente entrare in quella casa… ma come?
«La vedo impallidito, vuole un bicchiere d’acqua?»
«No, la ringrazio molto per la sua gentilezza… arrivederci».
Si allontanò rapidamente insinuandosi nel vicolo Laghetto, sbucando in via Festa del Perdono dove rimase affascinato dalla stupefacente bellezza dell’edificio dell’Università degli Studi, della quale intravedeva il giardino circondato dai portici attraverso il portone eccezionalmente aperto a seguito di una qualche manifestazione culturale.
“Non abbiamo proprio nulla da invidiare alla Sorbona di Parigi…” pensò, riflettendo su quando poco conoscesse la bellissima città dove aveva sempre vissuto. Tornò verso largo Augusto quando ormai cominciava a imbrunire. Telefonò a sua madre per informarla che non sarebbe tornato per la cena, quindi si infilò in un cinema per assistere allo spettacolo delle otto. Non riuscì a seguire il film che era in programma con la solita attenzione: il pensiero dell’escursione notturna che si riprometteva di compiere nella casa di via Laghetto lo turbava. Uscì dal cinema quando mancava un quarto alle ventitré, tornò verso via Laghetto dove cenò in unristorante cinese, quindi uscì nella notte dirigendosi verso la casa occupata, maledicendosi per non aver portato con sé una pila. Un’ombra nera gigantesca parve sovrastarlo, era apparsa dal nulla e gli fece gelare il sangue nelle vene.
«Ciao amico! Compra qualcosa!» gli disse il vu cumprà, mentre gli porgeva la solita cassettina colma di cianfrusaglie. Luciano si riprese subito dallo spavento e acquistò un accendino, salutando il giovane senegalese con una stretta di mano. Dopo pochi minuti stava davanti al portone dipinto di verde, lo spinse con la mano e non si meravigliò nel trovarlo socchiuso. Salì le scale anguste fino al primo piano, le porte non esistevano più e tutte le stanze erano collegate tra loro e ingombre di calcinacci e travi. Premette l’accendino, scrutando attentamente sia il pavimento sia le pareti, anch’esse piene di scritte. A un tratto un profumo particolare gli arrivò alle narici, un effluvio di muschio e resina mischiato al sentore dolciastro dell’acqua del laghetto, che aveva avuto modo di conoscere così bene. Seguì quell’odore lungo le stanze della casa e arrivò all’ultimo locale. Dallo spazio lasciato da un listello mancante della persiana entrava la luce del lampione posto nella via. Luciano vide qualcosa luccicare accanto alla finestra, si chinò a raccogliere l’oggetto illuminandolo con la fiamma dell’accendino. Una profonda emozione lo pervase… le sue dita stavano stringendo il braccialetto di Cristina.

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