INCONTRO AL LAGO

Di Albertina Fancetti
Capitolo uno

Luciano si aggirava tra i vicoli di Saint Paul de Vence, curiosando nelle diverse botteghe che vendevano oggetti di ogni genere, tipici prodotti di artigianato provenzale. Un collega gli aveva descritto il borgo con toni entusiastici, definendolo “il paese dei pittori”. Per la verità di ateliers ne erano rimasti pochi, ma i quadri che vi erano esposti erano dipinti nei colori vivaci e contribuivano a rendere l’atmosfera vacanziera.
Nizza, domenica di Pasqua, tempo splendido. Luciano aveva lasciato i suoi amici a riposare in albergo, dove avevano deciso di alloggiare durante la breve vacanza sulla Costa Azzurra. Non che lui non amasse dormire, tutt’altro, ma il materasso poco familiare e quel maledetto cuscino alla francese che gli scivolava sotto il capo, simile a un’anguilla gigantesca e altrettanto sgusciante, lo avevano costretto ad alzarsi dal letto di prima mattina. Nello scostare le pesanti tende che servivano a oscurare la stanza, era rimasto colpito dalla luce chiara che illuminava quel mattino di primavera e aveva deciso di non sprecare un minuto di più rinchiuso in quello spazio ristretto. Avvertiva nell’aria qualcosa di vivo che sembrava attirarlo incontro a chissà quali avventure. Inviò un sms per avvertire gli amici che sarebbe tornato per l’ora di pranzo e uscì con passo spedito. Salì sulla sua auto e percorse la Promenade des Angles verso l’aeroporto, lasciandosi ben presto Nizza alle spalle. Si diresse incontro alle colline che circondavano la città. Guidava lentamente godendosi il panorama, mentre la strada si arrampicava dolcemente sulle piccole alture attraversando graziosi paesi talmente curati da apparire perfino un poco leziosi. I suoi occhi grandi e scuri avevano l’espressione gioiosa e gli occhiali dalla montatura classica accentuavano l’ingenuità del suo sguardo. A volte la mano si staccava dal volante per respingere il ciuffo di capelli neri che gli scendeva sulla fronte Arrivato a destinazione si fermò a far colazione in un caffè dall’aspetto polveroso, situato appena fuori le mura del castello. Un anziano cameriere dall’aria distinta gli portò un caffè acquoso e dei croissant fragranti.
Luciano osservava dalle finestre ornate di graziose tendine, la vita che si svolgeva sulla piccola piazza con la sensazione di essere tornato indietro nel tempo. Un gruppo di anziani, tutti con il capo coperto da una coppola, stavano giocando a bocce. A quell’ora del mattino i turisti erano pochi: qualcuno leggeva il giornale seduto sulle panchine assolate, altri passeggiavano ammirando l’antico maniero. Anche Luciano si immerse nel percorso turistico e trascorsa un’ora aveva già visitato il piccolo borgo. In fondo al paese, un terrazzamento che sovrastava un piccolo cimitero offriva un panorama mozzafiato, dove la vista si spingeva oltre le colline fino al mare, quel giorno di un azzurro così intenso da ferire lo sguardo. Luciano si sentiva euforico: i colori e i profumi che si agitavano nell’aria colmavano il suo animo di una gioiosa sensazione di aspettativa. Dalla balaustra osservò il cimitero sottostante che, adagiato in quello scenario da sogno e straripante di fiori colorati, trasmetteva perfino una certa allegria.
«Scommetto che lei è italiano» disse una voce alle sue spalle.Luciano si voltò, lievemente risentito, verso la persona che lo aveva distolto da quel suo momento di beatitudine.
Era un uomo di bassa statura, osservava Luciano con vivaci occhi azzurri messi in risalto da un maglione dello stesso colore, portato sotto un vestito chiaro che gli conferiva un’eleganza un po’ demodé. Sui capelli brizzolati, tenuti lunghi sul collo, aveva un panama color panna ornato di un nastro di raso blu.
«Come ha fatto a capirlo?» chiese Luciano con una risatina tra i denti.
«Ma è evidente!» rispose l’ometto facendogli un sorriso luminoso. «E mi dica, ha notato qualche quadro interessante?»
«Per la verità sono tutti molto belli, ma io non sono venuto qui per comprare quadri» disse Luciano sulle difensive.
«Oh certamente! Sono pochi ormai gli ateliers dei pittori e mostrano tutti gli stessi soggetti che, però, piacciono tanto ai turisti…» proseguì l’uomo.
«Sono allegri e colorati e possono rappresentare un piacevole ricordo» disse Luciano allontanandosi dalla terrazza, intenzionato a tornare verso il centro del paese. L’ometto col panama lo seguì continuando a parlare di pittura. Luciano lo ascoltava suo malgrado cercando di non essere scortese. Arrivarono in breve tempo fuori dalle mura del castello.
«Bene… credo di avere visto tutto!» disse Luciano porgendo la mano in segno di saluto.
«Oh no! Non credo proprio… non può lasciarsi sfuggire la mia piccola collezione di dipinti speciali…» replicò l’ometto. «Stia tranquillo non sono in vendita! Ma sono certo che anche lei è una persona speciale, sicuramente in grado di apprezzarli…»
«Mi dispiace, ma sono atteso a Nizza per l’ora di pranzo»
«La prego, è questione di pochi minuti, io abito proprio qui… andiamo, non mi deluda!» l’uomo stava già infilando la chiave nella serratura di una minuscola porta di legno. «Venga! Si accomodi…»
Luciano seguì l’uomo attraverso un corridoio fino al salottino, provvisto di un grazioso caminetto in pietra con le mensole ricoperte di ninnoli. Un divanetto e due poltroncine in stile provenzale completavano l’arredamento. Sul tavolino vi erano vecchie fotografie color seppia e abbandonato sopra un leggio, posto accanto alla finestra, un quotidiano colpì l’attenzione di Luciano per la stranezza dei suoi caratteri.
«Ecco, guardi le mie sette meraviglie!» disse l’uomo attirando lo sguardo del suo ospite sui quadri che erano appesi alle pareti della stanza. Si trattava di bellissimi dipinti dai colori un po’ cupi, raffiguranti paesaggi che parevano usciti da un libro di fiabe. Luciano li passò in rassegna subendone lo strano fascino. Boschi tinteggiati con insoliti giochi di luce, da dove partivano sentieri misteriosi che invitavano a essere percorsi, corsi d’acqua che si inoltravano fra una vegetazione lussureggiante; sembrava che tutti gli arcani del creatofossero rappresentati in quella carrellata di quadri.
«Questo è il mio prediletto… potrei guardarlo per ore senza stancarmi» disse l’ometto con espressione estasiata.
«Me lo ha ceduto una nobildonna milanese… anche lei è di Milano vero?»
Luciano lo guardò con sorpresa, rispose affermativamente con un cenno del capo, quindi tornò a posare lo sguardo sul dipinto che gli era stato indicato: una giovane donna stava inginocchiata sulle rive di un lago circondato da un boschetto, mentre in lontananza si scorgevano le guglie di una cattedrale. Le mani della ragazza erano tuffate nelle acque scure, dove si vedevano in trasparenza nell’atto di afferrare qualcosa. Il suo viso era grazioso, circondato da capelli ramati. Luciano faticava a staccare gli occhi da quell’immagine, mentre l’ometto lo osservava con una strana espressione di trionfo.
«Adesso mi scusi, ma devo proprio andare» affermò Luciano con decisione.
«Si, adesso può andare…» fu la risposta sibillina del suo ospite.
Luciano si avviò verso l’uscita, ma non resistette alla tentazione di voltarsi un’ultima volta a guardare il dipinto che raffigurava la ragazza del lago…
Allora successe qualcosa di inspiegabile… la ragazza del quadro gli sorrise. Un sorriso dolcissimo, luminoso come quel mattino di primavera provenzale.
Visibilmente turbato, Luciano lasciò in fretta la casetta senza neppure salutare l’uomo con il panama, che rimase a osservarlo dalla finestra con un sorriso inquietante.
Cercando di calmare il tremito delle mani, Luciano mise in moto l’auto e riprese la strada che lo avrebbe riportato verso il mare. Sul suo viso persisteva un’espressione attonita, a tratti scuoteva il capo cercando di dare un senso a tutte le stranezze di quella mattina.
C’era qualcosa di profondamente sbagliato nell’uomo con il panama e nella sua casa… ma cosa? Cercò di mettere a fuoco i particolari mentre guidava, ora totalmente indifferente al panorama che si snodava lungo la strada. Ripensò ai dipinti, specie a quello della ragazza del lago, convincendosi di essere rimasto vittima di un’illusione ottica, forse causata dalla scarsa luce che illuminava il piccolo salotto, sebbene l’immagine di quel sorriso continuasse a perseguitarlo come un sottile incantesimo.
Rivide le vecchie foto e il quotidiano abbandonato sul leggio con quei caratteri strani… e allora ricordò cosa avesse colpito la sua attenzione: il giornale portava la data di quello stesso giorno, ma l’anno era il 1819, quasi due secoli prima.

 

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