L'ICTUS DI STENDHAL

Non avendo opinioni né soggettive né oggettive sull'opera d’arte che ha coperto i caselli daziari di Porta Venezia, (la mia espressione nel vederla ricordava un televisore spento), ho semplicemente dato un’occhiata a un paio di quotidiani e domandato alla gente nei paraggi di Piazza Oberdan cosa ne pensasse.

Partiamo con Il Corriere della Sera che si è limitato a incensare “la monumentale opera” senza però fornire al lettore spiegazioni a riguardo.

Quest’anno l’Art Week milanese, (al secolo salone del mobile) […], lascerà un segno spettacolare nella città(GASP!): i caselli daziari di Porta Venezia completamente ricoperti di sacchi di juta(COME!?). Una monumentale installazione del geniale artista ghanese Ibrahim Mahama che, utilizzando la grande scala e materiali simbolici, riesce a offrire sia emozioni indimenticabili (ZAN, ZAN!) che riflessioni politiche. […] L’opera è imperdibile e di sicuro rimarrà nella storia di Milano (COME L’EDITTO DI COSTANTINO O LE CINQUE GIORNATE!)

Pomposi paroloni e sproporzionata sindrome o, in questo caso ictus, di Stendhal a parte, c’è da augurarsi, considerata la scarsa conoscenza da parte dei milanesi della più basilare storia nostrana, che non sia proprio suddetta opera d’arte a rimanere impressa nella memoria. Una volta, una persona nata e cresciuta qui mi riferì che nel suo venturo viaggio a Roma avrebbe visitato il Cenacolo.

La Repubblica, invece, si è dimostrata più generosa fornendo maggiori delucidazioni.

Cosa è successo ai caselli daziari di Porta Venezia? (DIMMELO TU). Sono stati avvolti con sacchi di juta (…MA PERCHÉ’!?)  […] L'opera, dal titolo "A friend", sarà presentata il 2 aprile e sarà visitabile fino al 14 aprile. L'idea dell'artista è quella di portare gli spettatori a guardare i caselli ricoperti con i sacchi di juta non più come semplici monumenti, ma alla luce della loro origine storica e della loro funzione simbolica (ORA E’ TUTTO PIU’ CHIARO). Porta Venezia, infatti, è una delle sei porte principali della cinta urbana e per secoli è stata per Milano un crocevia fondamentale, segnando il confine tra la città e il mondo esterno.

Ricapitolando: i caselli daziari della vecchia Porta Orientale, (progettati da Rodolfo Vantini), dei quali ormai in pochi rammentano la finalità passata, sono stati nascosti per rivelarne meglio la funzione originaria? Non mi sento troppo bene.

Rimango sempre affascinato dall’ utilizzo delle parole, oggigiorno adoperate più per effetto che per contenuto. Più opportuno forse sarebbe stato dire che la copertura dei due edifici auspica di indurre i milanesi a domandarsi cosa ci sia sotto per riscoprirne il significato.

E ora la parola ai cittadini.

I più ricettivi si sono dimostrati i giovani: “Bella!”

Cosa ci vedi?” - “Non so ma è bella!”

Tra questi un ragazzo è riuscito a sorprendermi e a trovare la mia approvazione: “Sembrano due enormi tronchi d’albero”.

La stragrande maggioranza degli adulti è stata decisamente meno rispettosa nei confronti del lavoro d’artista: osceno, orribile, una mostruosità e addirittura una vergogna fino ad apostrofarlo con parole non riportabili in questa sede.

In molti tra i passanti hanno creduto, con un velo di preoccupazione, che i caselli fossero nuovamente oggetto di restauro dopo che quello precedente era durato degli anni: ricordo che vennero ribattezzati i caselli infiniti.

Ma di tutti gli innumerevoli pareri, vince a mani basse quello di una sciura che ha esclamato: “Oh Signur! Ma al Comune hanno così pochi soldi per le impalcature che devono mettere degli stracci?”

Dunque, l’arte. In grado di stupire o avvilire ma sempre arte, capace di trasmettere emozioni al primo impatto e senza saperne nulla o, come in questo caso, con la necessita’ di molte spiegazioni per poter essere compresa.

E se l’arte è sempre lo specchio del presente, i milanesi si sono dimostrati perplessi, quanto perplesse lasciano le interpretazioni della bellezza e dell’armonia oggigiorno.

 

Riccardo Rossetti


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