L'OPEROSA ARCADIA ROMANESCA

Di Sandro De Feo, Enzo Flaiano e Vitaliano Brancati

Passeggiando per la città è possibile trovare ancora bancarelle con libri di un tempo passato, a volte anche lontano da non sembrare esserci mai stato. I disegni o le fotografie sulla copertina provocano in chi le guarda un misto di tenerezza e di tristezza per ciò che fu. Mi è capitato così di trovare fra le tante, interessanti altre cose, alcuni libri di Sandro De Feo, uno scrittore pugliese dal talento innegabile che nella sua non lunga vita - morì a 62 anni - fu critico letterario, teatrale, cinematografico e che per quest'ultimo mezzo di comunicazione di massa scrisse in collaborazione con altri sei sceneggiature tra le quali quella di "Europa 51" di Rossellini e de "La provinciale" di Soldati. Sandro De Feo fu anche narratore, e di qualità. Scrisse due romanzi: "Gli inganni", 1962, e "I cattivi pensieri", 1967, nonché un libro di racconti: "La Giudia", 1963. Un libro, a metà strada tra la narrativa e la cronaca, il cui titolo sembra essere stato suggerito da Pasolini, il piacere che dà alla lettura è paragonabile a quello suscitato dalla lettura dei libri di Flaiano e di Brancati, pressoché suoi coetanei, il primo nato nel 1910 il secondo nel 1907, entrambi di origine meridionale come De Feo, che era nato a Modugno in provincia di Bari il 18 novembre 1905 per poi trasferirsi a Roma dove si sarebbe laureato in Legge. A partire dagli anni '30 partì anche la sua gloriosa collaborazione con alcune riviste: "OGGI", "Omnibus" "Tutto" come critico cinematografico e teatrale. L'esordio nella narrativa avvenne nel 1962 con il romanzo "Gli inganni" per poi l'anno successivo far uscire "La Giudia", a proposito del quale un altro grande scrittore e pressoché coetaneo: classe 1902, Giuseppe Marotta, scrisse una recensione apparsa postuma sullo stesso settimanale: "L'Europeo", al quale anche Sandro De Feo collaborava. 
"Tutto mi piace in De Feo: la sua prosa larga, fluida, liquida, che fra i deboli argini delle sole virgole sembra dover a ogni momento straripare ma non straripa mai (guidata com'è da un letto profondo, scavatissimo); la sua Roma inconfondibile, spossata, madida, inferma, con sui palazzi e sui monumenti e sulle fontane e sugli animi la coltre dello scirocco, una Roma anch'essa da acquario".
Questa bellissima recensione apparve dopo la morte (anch'essa avvenuta troppo presto: a 61 anni ) dello scrittore napoletano. La Roma di Sandro De Feo è quella vissuta e amata da un uomo del Sud approdato in quella che può anch'essa venire considerata a tutti gli effetti e affetti come una città del Sud, con il suo cielo dai colori intensi, la sua luce talvolta abbagliante, il ponentino che ricorda lo scirocco. Difficile non amare Roma, poiché pur con tutti i suoi difetti e problemi - ieri la dittatura prima e una asfittica politica poi, oggi il tracimare di immondizia solida e di immondizia stolida vomitata da personaggi della politica e del cosiddetto jet-set - sopravvive al tempo e alle basse mode con gli alti interessi  che il suo grande, immenso patrimonio artistico le garantisce nonché con la bellezza della natura che la avvolge e coinvolge, quasi che gli Dei davvero l'avessero sfiorata con la magia del loro tocco divino e divinatorio. Sandro De Feo nella sua trentennale collaborazione letteraria sviluppò e avviluppò la sua arte a quella della città di Roma descrivendola in tutti e tre i suoi libri nonché in molte recensioni.
È un peccato che la vita gli sia stata tolta troppo presto, il 2 agosto 1968, poiché avrebbe potuto in caso contrario produrre diversi altri scritti di qualità, come le belle pagine che aprono il libro di Vitaliano Brancati "Diario romano", che raccoglie articoli pubblicati dallo scrittore siciliano su giornali romani dal 1947 al 1954. Sandro De Feo apparteneva a quel periodo che va dai primi anni del Novecento fino agli anni '50-'60, una sorta di arcadia romanesca, vale a dire un gruppo di intellettuali particolarmente dotati che vivevano a Roma e di Roma respirandone gli umori e gli amori e traspirandone poi anche dei propri, facendo cioè trapelare dal proprio intelletto poesia e polemica letteraria. Un periodo che pur essendo durato non pochi anni avrebbe potuto e soprattutto dovuto durare o perdurare di più affinché noi lettori ne potessimo beneficiare.   

Antonio Mecca