L'ultimo cliente - 9

L’uomo entrò, guardandosi intorno. Vide stanze prive di porte che inquadravano interni provvisti di tavoli dal ripiano ricolmo di fogli di disegno o dattiloscritti, più l'ormai immancabile computer, l'altrettanto immancabile telefono nonché bicchieri dai quali traboccavano non cannucce sorseggia bibite ma penne e matite dalle quali soffiare sulla carta ciò che il genio umano produceva. Uomini e un po’ meno donne, giovani e un po’ meno giovani quando non decisamente già più che maturi entravano e uscivano dalle diverse stanze, o restavano dietro la scrivania a lavorare al computer o a schizzare disegni con il pennarello o idee con la penna.

- La faccio parlare con il direttore, che è appena tornato da Roma – disse il ragazzo.

- Io è da un pezzo che ci manco.

- Pensi che io non l'ho mai vista.

- Sì, è da pensare di certo un fatto del genere – rispose il poliziotto.

Forse quel ragazzo era uno di quelli che preferiscono recarsi all'estero sempre, comunque e dovunque, sacrificando le bellezze del proprio Paese a favore di quelle – magari ben più modeste – di Paesi stranieri. Ma si sa: l’italiano è esterofilo per natura. Proseguirono nel lungo corridoio, tappezzato su entrambe le pareti di cartine geografiche riguardanti il Nord America, di poster raffiguranti canyon e foreste, grandi laghi e praterie, nonché disegni di Tex, dei due Kit: Willer e Carson, di Tiger Jack, di Lilyth e di altri personaggi della saga. Si fermò davanti all'ultima stanza presente nel corridoio, che era anche l'unica munita ancora di porta. Questo induceva a pensare che al suo interno ci sarebbe stata ancora una macchina per scrivere, magari di modello pre-elettronico, nonché carta, matite e penne e, magari, anche una vecchia radio sintonizzata su programmi trasmittenti vecchie canzoni e vecchi numeri di varietà. Insomma: il passato che aveva prodotto quei personaggi e consentito la nascita di quella Casa Editrice era forse sopravvissuto – seppur restringendosi – rinchiuso in quella stanza. Il ragazzo bussò con delicatezza. Una voce rispose con tono molto meno delicato. – Avanti!

Era una voce di tipico stampo milanese, una voce non più autenticamente giovane né falsamente giovanile. Come non più autenticamente giovane né falsamente giovanile era l'uomo che all’interno si trovava, seduto dietro una vecchia scrivania in legno, un uomo che la settantina passata rendeva un po’ legnoso a sua volta. Mano a mano che Scalise gli si avvicinava poté avere modo di notare i suoi occhi dallo sguardo buono e leggermente velato di tristezza, come il viso di una donna islamica dal velo costretta a portare, e la bocca piena da antico – o più semplicemente vecchio – romano.


Antonio Mecca

L'angelo degli abbandoni

di Giorgio Casalone
EDB Edizioni

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STIRPE DI DONNE

di Albertina Fancetti
EDB Edizioni

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