L’USCITA PROIBITA di A. Fancetti

PUNTATA VENTESIMA

L’edera che ricopriva il muro del cortile aveva assunto un colore cupo, come il fogliame della magnolia che vi sorgeva al centro. Il portone era serrato dalla pesante catena, trattenuta dal grosso lucchetto che appariva opaco e annerito dalla polvere e dal trascorrere del tempo. Rubina provò una sensazione di tristezza e di privazione, avvertiva la mancanza della sagoma scura e scattante di Menelik e lo scintillio dei suoi occhi ambrati. I due ragazzi si avvicinarono alla serratura che si aprì appena Marco introdusse la chiave. L’antico viottolo comparve davanti a loro circondato dalle vecchie case con le mura screpolate. Le tegole dei tetti consumate dalla pioggia slittavano sulle grondaie, sotto le quali si aprivano le finestre dalle imposte sconnesse.

- Che strano odore! - esclamò Marco fiutando l'aria umida. Si inoltrarono nel vicolo tenendosi per mano. Rubina avvertiva la crescente tensione del ragazzo, sollevò lo sguardo sul suo viso e si accorse che era divenuto di un pallore mortale e respirava a fatica. 

- Rubina mi dispiace… ma non posso più seguirti. Devo tornare indietro - riuscì a dirle Marco, guardandola con sofferenza. 

La ragazza tolse la chiave del portone dallo zainetto e gliela porse. - Tieni Marco, torna pure indietro, io proseguirò da sola.

- Ma se mi lasci la chiave come farai a tornare a casa? - chiese Marco in tono angosciato.

- Io non tornerò più indietro, mi trovo a mio agio in questa parte della città, sono sicura che troverò finalmente quella dimensione che ho sempre cercato - rispose Rubina.

- Mi dispiace perderti… sei una ragazza così speciale!

- Forse è proprio per questo che non trovo posto nel mondo dove vivi tu. Ora vai Marco.

Si abbracciarono con calore, poi il ragazzo corse via. Rubina sentì il cigolio del portone che si apriva, richiudendosi poi con un tonfo alle sue spalle. Ora poteva proseguire il cammino. Si accorse di avere appetito, non mangiava da due giorni e aveva bevuto solo una tazza di the. Vide in lontananza una bottega dall'insegna sbiadita sulla quale si leggeva a stento “Polentatt”. Entrò avvicinandosi al bancone. La donna rubizza che serviva le rivolse un’occhiata incuriosita. Rubina osservava le teglie di polenta dal colore giallo vivace. Accanto ad essa una serie di tegami di rame e alluminio, contenevano del pesce in umido e delle salamelle cotte nel vino e profumate con chiodi di garofano. 

- Vorrei un piatto di polenta con una salamella - disse Rubina.

- Sono venticinque centesimi bel nanin! - le disse la donna scambiandola per un fanciullo. Le servì un piatto colmo che la ragazza divorò avidamente, dopo aver pescato nel borsellino di Adalgisa la somma richiesta. Rifocillata da quella abbondante colazione riprese la sua esplorazione con crescente entusiasmo. Vide una cenciaiola dal cui faccione sembrava gocciolare del mosto, che comperava e vendeva cappelli di varie fogge, bottoni, ciabatte e ferri vecchi. Un bambino appoggiato a un lampione vendeva zolfanelli. Un ragazzino poco più grande arrancava sulla via, sotto il peso di una gerla colma di pane. Un miagolio attrasse la sua attenzione. Un grosso gatto nero stava seduto su una botte posta fuori da una vecchia osteria e osservava i passanti. 

- Menelik! Sei proprio tu? - Rubina sorrise, si avvicinò alla botte e cominciò ad accarezzare il suo manto lucido. Il gatto rimase impassibile, accettando le coccole con degnazione. Una figura maschile apparve dietro i vetri polverosi del locale e rivolse un'occhiata ostile alla ragazza.

- Allora brutto demonio nero te ne vuoi andare via! - urlò, brandendo una scopa di saggina.

Il gatto balzò dalla botte e si mise a girare intorno all’uomo come volesse burlarsi di lui. Invano l’oste cercava di colpirlo menando mazzate a destra e a manca, Menelik riusciva sempre a sfuggirgli. Ottenne infatti di fargli perdere l’equilibrio, l'oste cadde bestemmiando e lasciò andare la scopa. Il gatto gli passò accanto l'ultima volta e con mossa fulminea l'aggredì con la zampa dalle unghie affilate, che gli lasciarono un lungo solco sanguinante sul polpaccio. Quindi corse via raggiungendo Rubina che si era fermata a osservare la scena. Fu Menelik ad accompagnarla a Palazzo Spinola. Lo fece correndo avanti e indietro, si nascondeva nei portoni sordo a ogni richiamo, e riappariva solo quando lei temeva di averlo ormai perduto. Quando venne il momento di entrare in quel portone, poco diverso da quello che Rubina aveva già conosciuto, la ragazza si chinò per fargli una carezza. Menelik la ferì alla mano lasciandola sbalordita e sanguinante. L'animale mostrava un improvviso terrore, si era posto di traverso facendo la gobba, mentre il pelo lucido gli si era sollevato sulla schiena conferendogli un aspetto davvero demoniaco. Rubina guardava affascinata il rosso sangue che le colava sul polsino della camicietta, quindi entrò nel palazzo, mentre il gatto scappava lontano, veloce come il vento.    

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