L’USCITA PROIBITA di Albertina Fancetti

SETTIMA PUNTATA

Bagliardi cercò amabilmente di sviare la conversazione e, dopo aver gustato l’ultimo sorso di liquore, si avvicinò al clavicembalo accarezzandolo con tenerezza. 

- Allora Adalgisa, come sta il nostro vecchio amico? È parecchio che non gli rivolgo un’occhiata. 

- Lo so, bisognerebbe suonarlo più spesso, ma io non ne ho proprio il tempo - rispose la donna. 

- Sciocchezze! Dì piuttosto che non ne sei più capace - disse Neera con il solito cipiglio. 

- Forse potrei tentare io… se non vi dispiace - si intromise Rubina.

- Sai suonare il clavicembalo? - le chiese Bagliardi, osservandola con nuovo rispetto. 

- Ho studiato pianoforte, ma se lei mi assiste ci posso provare… non mi sembra poi tanto diverso.

- No! Le differenze sono molte invece, soprattutto il suono è diverso, più armonioso quello del cembalo. Sembra quasi un organo… è qualcosa di magico - disse Bagliardi con enfasi. 

- Quante storie Bagliardi! Adesso non intimidirla. Prova cara, facci sentire cosa sai fare - la incoraggiò la scrittrice. Rubina sedette sullo sgabello e sollevò il pesante coperchio con circospezione. Una lunga striscia di panno rosso proteggeva i tasti dello strumento, che scintillarono in tutto il loro splendore non appena venne rimossa. Le lunghe dita sottili scivolarono veloci sulla tastiera senza alcuna esitazione, ne sortì una melodia dal suono suggestivo, una magia che lei stessa non sarebbe stata in grado di spiegare. Il salotto si riempì di note, mentre i tre anziani osservavano la ragazza scambiandosi segni di vivo compiacimento. La riunione si concluse poco prima di mezzanotte. Gli ospiti se ne andarono e salutarono Rubina con calore. La ragazza si sentiva serena quando, dopo aver augurato la buonanotte a Adalgisa, si ritirò nella sua stanza. Stava quasi per mettersi a letto, quando udì il rumore metallico di una catena, seguita da uno strano cigolio. Incuriosita si avvicinò alla finestra e socchiuse le persiane. Due persone stavano attraversando il cortile, un uomo e una donna si apprestavano a uscire dal secondo portone, quello serrato dal grosso lucchetto. Alla luce tenue del lampione che illuminava la strada appena fuori, scorse per un istante la donna, abbigliata con un lungo vestito di pizzo bianco e un elegante cappellino dello stesso colore appoggiato sui capelli raccolti sulla nuca. Il pesante portone si richiuse dietro la coppia e l’oscurità piombò nuovamente nel cortile. “Chissà chi erano quei due… forse i signori che abitano qui sopra, sembrava che andassero a un ballo in maschera” pensava Rubina. Un’ombra scura balzò dal davanzale del primo piano, movendosi poi furtiva per il cortile. Rubina mosse le labbra emettendo il classico verso di richiamo per i gatti. Due grandi occhi color ambra si fissarono nei suoi, mentre l’animale le rispondeva con un sordo miagolio. Quindi il gatto balzò al di là del muro con un salto prodigioso dileguandosi nella notte. La ragazza tornò a coricarsi nella sua fortezza di tulle, ma una ridda di pensieri che le turbinavano nella mentre le impediva di abbandonarsi al sonno. Fu soltanto poco prima dell’alba che riuscì ad addormentarsi per godere di quelle poche ore prima di doversi alzare e correre all’università. 

 

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