L’USCITA PROIBITA di Albertina Fancetti

OTTAVA PUNTATA

- Ciao Rubina! Mi sono informato riguardo al tuo famoso pittore - le disse Marco salutandola.

- Grazie mille! E dimmi… cosa avresti scoperto? 

- Aveva il suo atelier in via San Paolo al numero 10. Se ti fa piacere ti posso accompagnare, anche se dubito che ne sia rimasta traccia dopo più di un secolo. 

- Sarei comunque curiosa di vedere quella che è stata la sua casa, ma posso andarci anche da sola se tu hai altro da fare - disse Rubina.

- No, ti accompagno volentieri. Anch’io sono incuriosito da questo strano personaggio, raccontami ancora qualcosa di lui - la esortò Marco. 

- Suppongo che fosse un po’ matto, come del resto tutti gli artisti. Viveva in uno studio che aveva trasformato in una sorta di mercato orientale colmo di tanti oggetti provenienti da vari paesi. Quello che più mi ha colpito della sua biografia è una sorta di risvolto macabro della sua personalità, che lui però riusciva a rendere quasi divertente. Si racconta infatti che dal soffitto del suo studio pendessero alcuni gatti mummificati nelle loro espressioni più comiche. Pare inoltre che nell’atelier fosse ospite fisso un grosso rospo che saltellava ovunque con plausibile disappunto delle sue modelle. Anche le pareti sembra fossero scalate da grossi lucertoloni… 

- Senz’altro un tipo bizzarro questo Conconi. E tu cosa pensi di avere in comune con lui?

Rubina sgranò gli occhi grigi, osservò Marco con espressione pensosa. 

- Forse la mia follia… - mormorò poi come parlando fra sé. 

Raggiunsero via San Paolo e sostarono alcuni istanti ad ammirare l’antico palazzo, intimiditi all’idea di dovervi entrare. Il grande portone era spalancato e mostrava un soffitto ad arco molto alto. Varcarono la soglia e si trovarono in un bel cortile dall’aspetto curato. Un uomo che indossava una livrea verde stava di guardia alla porta di un’associazione culturale. Tutto ciò aveva un sapore antico, del tutto estraneo al traffico convulso che scorreva alcuni metri più in là, appena fuori dal portone. 

- Mi scusi, sto cercando lo studio di un noto pittore dei primi del novecento. Si chiamava Luigi Conconi e aveva il suo atelier a questo indirizzo, all’ultimo piano di questo palazzo - disse Rubina rivolgendosi all’uomo in livrea. 

- Io non ne so nulla. Provi a salire le scale alla sua destra. Al secondo piano troverà qualcuno a cui chiedere le informazioni che le interessano - rispose l’uomo.

In quel momento suonò il cellulare di Marco, che lo tolse dalla tasca dei jeans con impazienza. 

- Vai pure fuori a rispondere Marco, salgo da sola a chiedere - lo esortò Rubina e si diresse quindi verso le scale provando una sensazione di sollievo.   

Rubina si accinse a salire i lucidi gradini del palazzo, il suono di un clavicembalo proveniva dai piani superiori e la ragazza volle interpretarlo come un segno del destino, la colonna sonora della sua nuova avventura. Non aveva ancora raggiunto il primo piano, quando vide venirle incontro un signore dall’aspetto distinto, in doppiopetto blu e cravatta, che la osservò con interesse.

- Mi perdoni, sto cercando lo studio del pittore Luigi Conconi, o per lo meno ciò che ne è rimasto - disse Rubina, perdendosi nei bellissimi occhi azzurri dell’uomo, che splendevano al disotto delle sopracciglia brizzolate, leggermente aggrottate dalla sorpresa.

- L’atelier non esiste più da tanto tempo. L’associazione ha rilevato tutto quando ha acquistato questo palazzo. 

- Ma allora chi stava suonando il clavicembalo? - chiese la ragazza. L’uomo le rivolse un’occhiata perplessa. Rubina sospettò di essere rimasta vittima di un’allucinazione acustica. 

- Sono particolarmente interessata a un quadro che si intitola “L’antro del mago - aggiunse in fretta, ansiosa di cambiare argomento. 

- Sì, anch’io l’ho sentito nominare, ma la prego, venga con me. Nei saloni dell’associazione abbiamo alcuni quadri del pittore, se vuole posso mostrarglieli - disse l’uomo.

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