La coda del drago - 8

La centrale era ubicata nel centro di Santa Barbara, nella downtown storica, in un bell'edificio a tre piani rivestito di lucide mattonelle gialle. Sembrava quasi che così come c’è gente che il proprio denaro usa nasconderlo sotto il mattone, in questo caso si trattava invece dell'oro posto sotto la mattonella che emanava all'esterno la luce solare. L’ingresso era spalancato, come del resto era sempre - notte compresa. Sulla soglia un agente in divisa di mezza età e di taglia doppia era addetto al passaggio delle persone. Dopo avere parcheggiato, mi diressi a piedi verso i tre gradini che portavano all'ingresso. Lo sguardo della guardia era come quella del mastino al quale avevano portato via l'osso e ora era alla ricerca di qualcuno che: volente o nolente, gliene offrisse un sostituto. 

- Buongiorno - lo salutai. - Vorrei poter parlare con l'ufficiale che si interessa delle indagini riguardanti l’assassinio di Angela Gutierrez.

Lui mi fissò, sempre con espressione cattiva. Stavo convincendomi che quella fosse la sua unica espressione, per cui inutile stupirmi. Poi disse: - Lei chi è?

- Un detective privato di Hollywood pagato per fare luce sul delitto in questione. Si produsse in una smorfia di sarcastico disgusto ma per fortuna non si riprodusse.

- Lei lo sa, vero, che le indagini sono di pertinenza degli organi ufficiali?

- Lo so. Ma io intendo semplicemente darvi una mano mettendovi a parte di quello che mi è capitato di scoprire.

Prese una decisione. 

- Attenda qui. Avviso chi di dovere.

Sparì all’interno, mentre io aspettavo che qualcosa si andasse concretizzando. Di lì a un paio di minuti il molosso riapparve, accompagnato da un uomo in borghese dalla faccia malinconica la cui cravatta pareva una corda da capestro pronta a girare in senso orario per segnare l'ultima sua ora. Mi si rivolse con espressione non propriamente amichevole.

- Detective privato, eh? Mi fissò con espressione indecisa.

- Che vorrebbe parlare con il tenente Jackson?

- Se è lui che si interessa alle indagini, allora vorrei.

Annuì, sempre indeciso. Poi disse: - Mi segua. Se è armato, lasci la pistola all’agente Lambert. Ma non ero armato e lo dissi, sia a lui sia all’agente Lambert. Il sergente - perché quello era il suo grado – mi precedette all'interno dell’edificio, dove si trovavano poliziotti in uniforme e poliziotti in borghese, delinquenti incalliti e altri alle prime armi, avvocati da strapazzo e principi del Foro, semplici cittadini intenti a denunciare furti o a pagare per infrazioni commesse. Sempre seguendo il sergente giunsi in un corridoio sul quale si affacciavano diverse porte. A metà del percorso, ci fermammo sulla soglia di una porta aperta.

- Tenente - esclamò il poliziotto affacciandosi sulla soglia: - ecco il lince di cui le ho parlato. Quindi mi fece per modo di dire accomodare nell'ufficio del suo capo Jackson, come la targa di metallo apposta sulla scrivania stava a indicare, un tipo di scarsa statura nonché corporatura, magro e dall’aspetto nervoso. Dimostrava cinquant’anni ben portati. Aveva capelli pepe e sale - più sale che pepe - come se la materia grigia fosse fuoriuscita dalla sua testa per renderla meno intelligente del dovuto e non far sfigurare i suoi sottoposti. 

- Si sieda - invitò con un tono di voce pseudo cortese che non ingannava nessuno.

Sedetti, aspettando che mi invitasse a parlare.


Antonio Mecca

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