La fiera delle vanità-William M. Thacheray

A cura di Stelio Ghidotti

INCIPIT


Il nostro secolo non aveva ancora raggiunto il suo ventesimo anno, quando, una bella mattina di giugno, una grande carrozza padronale, tirata da due robusti cavalli dai finimenti luccicanti, guidata da un grosso cocchiere in parrucca e tricorno, procedeva alla velocità di circa quattro miglia all’ora verso il cancello di ferro dell’istituto per signorine Pinkerton, a Chiswick Mall. Appena la carrozza si arrestò davanti alla scintillante insegna che ostentava il nome della signorina Pinkerton, un servitore negro dalle gambe storte, che sedeva accanto al grosso cocchiere, saltò a terra e tirò il campanello; subito furono viste una ventina di testoline spuntare dalle strette finestre dell’antico e maestoso edificio: un attento osservatore avrebbe potuto riconoscere il naso rosso della buona Jemina Pinkerton che sporgeva al di sopra dei vasi di gerani collocati sul davanzale del salotto. 


FINIS


Ah, vanitas vanitatum! Chi di noi è felice a questo mondo? Chi di noi vide mai appagati i suoi desideri o, avendoli appagati, ne è soddisfatto? Andiamo ragazzi, caliamo il sipario e riponiamo i burattini: la commedia è finita.