LA VITA È INASPETTATA - Life is unexpected III

Abbiamo iniziato sabato 7 agosto l’inserimento di un breve racconto che continueremo a pubblicare ogni giorno sempre alle ore 14:00. Ne seguiranno altri, senza distinzione di argomento, dal giallo al rosa, dal nero allo storico, dalla monografia al diario.
Tutti possono inviare un racconto - che la commissione incaricata esaminerà - e comunicheremo la nostra scelta e la data della pubblicazione all'autore.

Inviate il Vostro racconto a edbedizioni@ibero.it - redazione racconti.

I giorni rimanenti sono un susseguirsi di piccole perle della memoria. Stefano e io, entrambi discreti cuochi, che prepariamo cene ascoltando i Kool & the gang. Cani che mangiano il cibo per gatti e gatti che dormono nella cuccia del cane. Grigliate luculliane innaffiate da litri e litri di alcolici dove alle 5 del mattino si è costretti a cacciar via la gente.
Mira che aiuta senza problemi il mediano dei figli di Stefano a svolgere i compiti mentre io inseguo il più piccolo per convincerlo almeno ad aprire il libro. Ancora io che, regolarmente, dopo le lavatrici non trovo la metà dei vestiti e mi tocca ripescarli nei cassetti del figlio più grande dato che abbiamo ormai la stessa taglia. E sempre il sottoscritto, nei panni di cuoco all'ora di pranzo che sorride beato nell’osservare i ragazzi mentre chiedono il bis o il tris di pasta, solo perché cucinata da me.
L’ultima sera arrivano gli altri amici per salutarmi; si mangia, si beve e si ride ma non riesco a guardare il volto di Mira che cerca di continuo il mio sguardo. A letto ci teniamo stretti e cerchiamo di farci coraggio l’un l’altra. Uno sforzo inutile. L’idea che di lì a breve ci separeremo è divenuta ormai il terzo incomodo.
Il giorno successivo per me è difficile trattenere l’emozione; ho il più piccolo in braccio e gli altri due mi cingono alla vita come per trattenermi. Saluto Tiziana e mi soffermo ancora una volta ad ammirare il suo angelico volto.
Stefano è alla guida. Io gli sono seduto accanto. Mira è dietro che guarda lontano, fuori dal finestrino. Nessuno proferisce parola.
Una volta in stazione Stefano e io ci salutiamo con la commozione del primo giorno. Mira mi accompagna al binario. Ci guardiamo negli occhi, ci abbracciamo e ci baciamo teneramente. Lei, sempre forte e positiva, mi ricorda che ci rivedremo presto eppure sentiamo entrambi che il dolore è troppo grande da sopportare; dopo alcuni minuti le chiedo di tornare da Stefano perché attendere la partenza del treno sarebbe troppo penoso. Ma non riusciamo a separarci. Con uno sforzo titanico mi stacco da lei dopo un ultimo bacio. La vedo allontanarsi: anche se di spalle, sono in grado di vedere le lacrime solcarle il volto.
Io non piango. Non ci riesco mai. Ma ora vorrei farlo; magari mi sentirei meglio.
Il viaggio di ritorno è un incubo. Il vivido sentore di aver lasciato qualcosa di incompiuto non mi abbandona. Manca l’aria condizionata nella tratta fino a Mestre e di fronte a me è seduto un adolescente posseduto dal demone dello scaccolamento compulsivo; infila talmente a fondo le dita nel naso da grattarsi il cervello.
Sono a Milano. Il tipico odore di casa chiusa post vacanze mi assale non appena metto dentro il piede. Dovrei disfare la valigia, fare un paio di lavatrici e mangiare qualcosa ma non ho voglia di niente.
La sera con Mira ci sentiamo per telefono ma è davvero troppo penoso per il cuore e per l’anima. Quella notte dormo poco e male.
L’indomani mi alzo presto e la mia immagine riflessa nello specchio del bagno mi fa venir voglia di girare con un casco integrale. Comincio a riordinare le idee per scrivere qualcosa; qualcosa di decente.
Fisso lo schermo bianco. Le dita, immobili sulla tastiera, attendono invano che il cervello comunichi loro come procedere. Dopo una serie di interminabili minuti mi alzo di scatto imprecando e la sedia rovina malamente sul pavimento. La sensazione che qualcosa sia rimasta incompiuta si fa sempre più preponderante e non riesco a chetarmi. Mi guardo attorno: i miei libri, i miei film e le mie cazzatine antisociali. L’occhio cade su un libro che avevo cominciato a leggere prima di partire: “Montaigne-L ’arte del vivere” di Sarah Bakwell”. L’assurda vita di quel meraviglioso e folle filosofo mi scuote dalle fondamenta. “Vai, vivi e non preoccuparti di nulla”. In una frazione di secondo sono al telefono con Stefano che non si stupisce più di tanto perché avvezzo alla mia eccentricità. Gli chiedo di mantenere il segreto e di aspettarmi l’indomani. Prendo una valigia più piccola e vi butto dentro i pochi vestiti ancora puliti che trovo in giro.
Mi faccio di nuovo 500 chilometri; ancora senza aria condizionata. Il caro amico mi attende in stazione con un sorriso sornione. Una volta alla villa attendo dietro un angolo del giardino. Con un pretesto Stefano chiede a Mira di andare a prendere qualcosa in taverna. Appena mi vede, i suoi occhi si illuminano di un blu ancor più limpido. Si lancia tra le mie braccia e la sento tremare. Percepisco il suo cuore sul mio petto che corre alla velocità della Bora triestina. Tutto è immobile. Tutto è sublime. Tutto è perfetto ancora una volta e per sempre.
Giunta la sera, l’intera famiglia si reca a cena da amici regalandoci premurosamente un po’ di tranquillità. Rimaniamo abbracciati sotto il dehor per un tempo che assomiglia all'infinito. Ore dopo, quando rincasano, siamo ancora lì e Stefano, di nascosto, ci fotografa da dietro una finestra. Sa bene che andrà incontro alle mie rimostranze ma a dir suo, non ha visto mai nulla di più dolce e delicato.
Abbiamo un altro giorno davanti a noi e ne assaporiamo ogni singolo istante. La sera prima della partenza, oltre ai numerosi regali, Tiziana e Stefano donano a Mira anche una busta con scritto sopra “From Saint Petersburg to Milan”. Le parole gentilezza e generosità andrebbero reinterpretate al cospetto di questa meravigliosa coppia e tuttavia non sarebbero ancora sufficienti a comprendere appieno un tale calore umano.
Il 29 agosto siamo in piedi alle 4:30. Da Ronchi dei Legionari Mira salirà su un aereo mentre io su un treno. Aspetto che lei sparisca dietro i controlli di sicurezza. Mi sento bene perché so che ci rivedremo presto. La sensazione di incompletezza si è dissolta nel nulla.
È l’alba. Sono in attesa alla piccola stazione e decido di scattare una foto al sole che sorge. Due vite, divenute una, per il momento si separano. Ma sarà una breve parentesi nella vita di ogni giorno. Io mi recherò presto a San Pietroburgo e lei sta già organizzandosi per venire a Milano. Saremo degli ottimi ciceroni, ognuno per la propria città.
La nostra è forse una storia impossibile; lo sappiamo entrambi. Ma ora come ora è l’unica storia che desideriamo e in cui crediamo. Invece di preoccuparci degli eventuali problemi che potrebbero giungere in seguito, preferiamo gioire del magnifico dono concessoci dalla sorte. Eravamo simili ma incompleti. Ora siamo due persone che condividono la stessa anima. Desideriamo unicamente stare insieme perché ci amiamo. E questo ci rende più che forti. Ci rende invincibili.
Non vi è una morale in questa particolare vicenda. Nessun insegnamento. Nessun consiglio. Solo la cronaca fedele di questa singolare estate dove ho riscoperto le meraviglie del vivere dopo che la vita mi aveva quasi sconfitto. Spero solo si riveli essere di una qualche utilità a qualcuno. Qualcuno che ancora non si è arreso ma magari sta pensando di farlo.
Mentre ai più cinici, ai più disillusi, ai maligni, ai saggi per circostanza o a coloro che hanno perso la speranza posso solo riferire questo. Mira e io non sappiamo dirvi del nostro futuro. Ma il nostro presente è magnifico.
Life is unexpected.

Riccardo Rossetti

Domani un altro racconto

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