Massimo Dagnino, Vivere nel quartiere, EDB, Milano 2021

La riflessione sull’architettura non abbandona mai la produzione artistica di Massimo Dagnino - Storia dell’architettura e oblio: Ludwig Persius (2016) e Architetture torrentizie e altro (2020) ne sono un felice esempio. Ma in Vivere nel quartiere prevale un ingrediente ancora marginale nelle opere precedenti: l’astrazione. È uno stile - qui sta la novità - che aderisce mimeticamente all’oggetto a cui si rapporta. Quello che il visitatore intraprende attorno al quartiere, infatti, non è un viaggio propriamente fisico, all’insegna del sensibile; ma un itinerario tutto mentale, che si dirama in una rete di segni, fotografie, simboli, concetti, dove a intessere la trama dei rimandi è il demone, ormai ricusato dai più, dell’analogia. E fisico non è neanche il paesaggio asettico in cui ci si trova invischiati, già a partire dal risvolto di copertina: il pannello metallico di un ascensore invita, chi lo osserva, a salire. 

Si scoprirà che il CEP, le Lavatrici, il Biscione, nonostante siano calati in una periferia scotomizzata - benché integrata, ormai, nella città - sono luoghi emblematici dello spirito del tempo; spicchi di un territorio che soltanto una visuale obliqua, liminare, poteva salvare dal tentativo di occultamento (o edulcorazione) per mano di una società che i poveri non vuole neppure nominarli. Una «pace inumana», ci dice il poeta nella chiusa del libro, esala dalla «sequenza di edifici», muta e appianante come un colombario: sono le epifanie della razionalità positiva quei blocchi di palazzi strappati - ecco l’abstrahere - dal fluire spontaneo della storia. 

A questo punto, però, avviene una svolta importante nella direzione del concreto. Se una prospettiva universale non fa che inglobare, per mezzo di una reductio, le singolarità fino a dissolverle, lo sguardo ravvicinato si concentra su pochi elementi, e accetta che il resto fluttui liberamente nell’indeterminato. Prendendo le distanze da una visione panoramica, grandangolare sul mondo, Dagnino è persuaso che nella più minuziosa porzione di realtà si muova un microcosmo brulicante e «molecolare», inaccessibile a quell’occhio sociale preoccupato che nulla rimanga celato nell’ignoto. Di conseguenza, la figura enigmatica dell’ellisse - talismano che ci accompagna lungo il tragitto - se pensata come una sorta di lente d’ingrandimento, restituisce tutto il suo senso. Così, in modo simile al giuoco delle scatole cinesi, il reticolo del quartiere può essere rimpicciolito in scala (ai limiti della stilizzazione) o dilatato fino al dettaglio, passando dal tracciato ortogonale impresso sul ticket di un parcheggio, per poi arrivare alle imponenti schiere delle case-dormitorio e agli scorci su facciate fatiscenti. A prevalere, in ogni caso, è una violenza geometrica, che domina le forme e le dispone. Forme rivelatrici di una coazione a ripetere, di una topografia «desertificata», risolta visivamente nella nettezza e inflessibilità della linea. 

Chiacchierando con Dagnino sulla sua recente pubblicazione, c’è una parola che ricorre tra le altre: falansterio. Il quartiere popolare è uno spazio totalizzante, una dimora saturnina (aggirata dallo spettatore senza mai essere penetrata) propensa a cingere e isolare una parte di popolazione entro una vita autosufficiente, chiusa in se stessa. L’intera società, allora, può essere concepita come un immenso quartiere, che non lascia niente all’esterno; questo sembra suggerire, in fin dei conti, l’autore. Tuttavia, la vegetazione limitrofa - per nulla coartata alla stregua di un parco comunale - è una minaccia sempre incombente, che manifesta sì un carattere selvatico, ma anche un aspetto fiacco e posticcio, lontano dall’esuberanza dell’élan vital: «Sul quartiere erano cresciute/ ginestre barbute intorbidite dall’ombra». 

Insomma, non si può certo concludere che l’artista resti impigliato a un facile qualunquismo: sebbene la gestazione dell’opera, cominciata nel 2013, si estenda fino all’anno corrente, il virus non viene tematizzato nelle immagini o nei versi, ma percorre una via esoterica, impregnando l’atmosfera della sua presenza sfuggente e pervasiva. Forse non è casuale che Vivere nel quartiere sia uscito proprio in questi giorni.
Alessandro Biddau

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