"MISERIA E NOBILTÀ"

Il tempo scorre ma le situazioni non cambiano

Per il centenario: 1918-2018 della nascita del teatro Eliseo a Roma, fra le varie proposte c'è stata anche quella della famosa commedia di Eduardo Scarpetta "Miseria e nobiltà", rappresentata per la prima volta dal suo autore nel 1888, all'età di 35 anni - (Scarpetta nacque il 12 marzo 1853 a Napoli e qui morì il 29 novembre 1925, quando già da tre anni era morta anche la libertà in Italia). Padre, fra gli altri, dei tre fratelli De Filippo avuti dalla sua relazione con Luisa De Filippo, Scarpetta era entrato nel mondo teatrale all'età di 15 anni come attore, per poi -sette anni dopo- 1875, esordire come autore di commedie che spesso ricavava da pochade francesi riadattandole in lingua napoletana. La Francia è sempre stata la nazione più vicina a noi caratterialmente parlando, e nel nostro Sud specialmente ha trovato di che attecchire non solo in termini linguistici ma anche nei frenetici movimenti e nele azioni indiavolate di cui i commediografi e gli attori d'oltralpe erano pervasi in quell'Ottocento nel quale Feydeau, Labiche, Hennequin e Veber furono abili tessitori di trame,  anche perché provvisti di grande stoffa. 

"Miseria e nobiltà", una delle commedie originali di Scarpetta, che molti decenni prima della sua omonima Kay Scarpetta - anatomopatologa della polizia americana creata da Patricia Cornwell - sviscerava personaggi e situazioni ma non dai morti bensì dai vivi. Lo stesso Scarpetta ne interpretò il ruolo principe che un altro principe: Antonio De Curtis in arte Totò, ne avrebbe poi interpretato la versione cinematografica nel 1954, in un bel film a colori diretto da Mario Mattoli e interpretato fra gli altri dai bravissimi Enzo Turco, Carlo Croccolo, Dolores Palumbo, Sofia Loren e Valeria Moriconi. Fu, questa, la terza versione cinematografica dopo la prima del 1914 interpretata dallo stesso Scarpetta e la seconda del 1940. La trama è molto semplice, poco più di un pretesto per far ridere gli spettatori e divertire gli stessi attori che si sono avvicendati nel corso degli anni, tra i quali i fratelli Giuffé e Nino Taranto.
Eugenio, figlio di un marchese, ama Gemma, figlia di un cuoco arricchito, e per questo motivo il suo nobile padre non vede di buon occhio la relazione. Allora il marchesino chiede a don Felice, scrivano pubblico, che lui e la sua famiglia più quella dei coinquilini del fatiscente appartamento in cui Felice abita seppure da infelice, si fingano suoi nobili parenti agli occhi del futuro suocero Gaetano e li fa poi arrivare nella sua casa dove i cronici poveri nonché neo ricchi troveranno di che sfamarsi. Il ruolo di Felice è stato questa volta ricoperto da Lello Arena, bravissimo e divertentissimo come sempre già a partire dalla sua tipica parlata tremolante, sinonimo dei più svariati stati d'animo, per poi arrivare a veri e propri monologhi che costeggiano l'attualità e la cronaca, spesso tristemente tragiche. Chi ha l'età per ricordarselo, o i filmati acquistati sul mercato dell'home video, potrà fare il paragone con la versione teatrale del 1953 protagonista Eduardo De Filippo per celebrare il centenario della nascita del padre Eduardo e le riprese effettuate dalla neonata televisione il 30 dicembre 1955. La scenografia di questa nuova edizione, voluta probabilmente dal regista, rappresenta o vorrebbe rappresentare uno scantinato dal quale salgono come bestie immonde sul soprastante palco di volta in volta gli attori preposti alla recita. Altri invece rimangono, anche per una ventina di minuti, sotto, a fingere di eseguire un qualche lavoro finendo per stressare se stessi e distrarre nonché innervosire gli spettatori distratti dalla loro presenza. La novità autentica di questa edizione: gradevole forse, interessante di certo, consiste in due ruoli maschili ricoperti da due donne: Sara Esposito e Veronica D'Elia, rispettivamente e rispettosamente calatesi nei panni di Luigino, figlio di Gaetano, e Peppiniello, figlio di Felice. Le due attrici sono molto divertenti nella loro caratterizzazione, e quando di frequente Sara-Luigino interpella la propria fidanzata figlia di Pasquale coinquilino di Felice con l'appellativo di "Bellezza mia", il tono adottato ricorda quello vocale di Carlo Croccolo quando nel già citato film del 1954 lo faceva a sua volta indirizzato a Valeria Moriconi. Insomma: uno spettacolo, che ha riscosso il suo meritato successo e scosso anche la coscienza riguardo gli ancora troppi poveri che sopravvivono con poco e niente nella nostra opulenta società, che pur a distanza di tempi: centotrent'anni dalla prima rappresentazione, ancora non riesce a colmare il divario esistente fra classi diverse e etnie differenti.

Antonio Mecca  


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