PER GLI AMANTI DEL GIALLO

Continua ogni giorno, sempre alle ore 9:00, il romanzo Nero su bianco di Antonio Mecca . Saranno graditi commenti, consigli e comunicazioni.

Indirizzare a edbedizioni@libero.it - Rubrica: "Per gli amanti del Giallo". Buona lettura




Segue da ieri ore 9:00

Tod Carlton risiedeva a Beverly Hills, la zona In di Hollywood, in una delle tante belle ville in stile europeo presenti su quelle colline. Tod era diventato uno dei Golden boy della canzone molti anni prima, quando la sua vena fresca e originale gli aveva permesso di comporre motivi di facile ascolto ma non certo di facile realizzazione, visto che a realizzarli oltre a lui erano in pochi. E forse, da qualche anno, neppure lui era fra i realizzatori, datosi quello che avevo appreso per ciò che riguardava Sam Galton. La verità stava probabilmente nel mezzo; forse Tod continuava ancora a comporre, ma non sempre la ciambella gli riusciva col buco, e quindi in quel caso piazzava brani composti da altri con il suo stile, un po’ come molti stilisti famosi che spesso si limitano col firmare abiti realizzati da altri ma un po’ meno a firmare assegni a favore di chi realmente li produce.
     Fermai l’auto davanti al cancello, attraverso il quale era possibile ammirare una parte del giardino con le piante lussureggianti che lo abbellivano e arricchivano di colori. Così come arricchito dal colore verde del dollaro era stato Tod Carlton, grazie a Sam Galton e forse ad altri, che avevano reso il giardino nel quale si era trapiantato fertile di frutti dai pomi d’oro.
     C’era un campanello posto al di sopra di un citofono. Lo premetti. Trascorsero diversi secondi fino a formare un intero minuto prima che una voce femminile prorompesse dalla griglia con forza, quasi si aspettasse di venire aggredita e quindi preferisse anticipare la mossa difensiva.
     - Sì. Chi è?
     - Un investigatore privato, signora. Sto indagando sulla morte di Samuel Galton, che mister Tod ha conosciuto a suo tempo. Potrei parlare con lui, per favore?
     - Come ha detto di chiamarsi?
     - Ancora non lo avevo detto - precisai. - Stevens. Frank Stevens. Sono un detective di Hollywood.
     Sembrò esitare. Poi disse: 
     - Non so neanche se il signor Carlton sia in casa. Attenda, prego.
     Il contatto venne interrotto e io presi ad aspettare. I secondi si susseguirono ai secondi, i minuti ai minuti senza che nulla accadesse. Poi, dopo circa dieci minuti, ecco che il citofono si riattivò.
     - È ancora lì? – chiese la voce di prima.
     Confermai.
     - Il signor Carlton accetta di riceverla. - Dunque, era in casa. - Per pochi minuti soltanto, però, perché è molto impegnato.
     Mi sarebbe venuto da replicare, invece:
     - La ringrazio...-mentre il contatto citofonico veniva interrotto con un ronzio, quello del cancello che si apriva, di ferro battuto finemente lavorato che un boss del calibro di Carlton aveva e da decenni ormai.
     Risalii in auto guidando con cura in quella proprietà tenuta con cura. Procedetti lungo il vialetto che dapprima svoltando a sinistra e poi a destra e salendo quindi con una inclinazione di quarantacinque gradi conduceva a uno spiazzo inghiaiato fronteggiante l’ingresso della villa a due piani (più un probabile piano a coda al suo interno), villa tutta in pietra grigia sormontata da tegole rosse come le tegole che in genere finiscono sulla testa dei poveri cristi arrossandosi del loro sangue. Sullo spiazzo si trovava già un’auto, una Cadillac giallo paglierino risalente forse a quarant’anni prima, perfettamente conservata o sapientemente restaurata, con gli interni in pelle color crema. Mi guardai bene dal posteggiare accanto, perché non volevo rischiare con la modestia della mia carrozzeria di infettarla in una qualche maniera. Quindi scesi facendo scricchiolare la ghiaia con l’allegria che di solito la ghiaia calpestata produce, avvicinandomi alla porta d’ingresso la quale ancora prima di raggiungerla venne aperta da una donna di taglia forte, vestita con camicia e gonna dello stesso grigio colore che faceva pendant con la sua capigliatura dai riflessi metallici, raccolta in una grossa crocchia che pareva un gomitolo sufficiente a tessere maglioni di lana per una intera squadra di football. Gli occhi, pesantemente truccati, e la bocca intensamente dipinta di rosso e che somigliava a un pesce dello stesso colore vinto al luna-park, la rendevano un insieme contrapposto di elementi fra loro diversi.
     - Venga – invitò con voce che non più filtrata dall’altoparlante del microfono arrivava alle mie orecchie ancora più forte, ancora più autorevole. La seguii in silenzio, penetrando in quella casa dove lusso, luce e aria: condizionata, regnavano sovrane. Un lungo corridoio con alcuni quadri appesi alle pareti il cui soggetto era invariabilmente di ambiente marinaro; mobili moderni dai colori chiari che reggevano statuine di marmo o di alabastro raffiguranti donnine nude o busti di uomini famosi: Napoleone, il generale Grant, George Washington; e poi George Gershwin, Cole Porter, Burt Bacharach - la sacra trinità della canzone americana. Lasciandoci alle spalle sulla destra un ampio soggiorno, la donna: ampia anch’essa in quanto a dimensioni, mi precedette fino a una stanza non meno ampia della precedente ma arredata come studio. Il profluvio di cuoio verde e di legno rossiccio, di quadri dipinti a olio, di libri incastonati nella biblioteca tutti uguali fra loro come denti falsi, in una bocca privata di denti propri, rendeva l’ambiente una sorta di sacrario al quale mancava solo l’odore dell’incenso per farlo sembrare un tempio. Un pianoforte a coda davanti al quale avrebbero fatto la coda molti musicisti per avere il privilegio di suonarlo, tanto era lussuosamente bello, sistemato in un angolo della stanza, nero e possente e con un che di grande rondine spiaccicata al suolo o di immenso frac steso ad asciugare. Un uomo sedeva a una delle quattro poltrone presenti, che con la sedia dall’alto schienale piazzata davanti la scrivania formava un quintetto di archi - per via degli schienali arcuati - da accompagnamento al piano. Era un individuo sulla sessantina, ancora bell’uomo, alto, robusto, un po’ sovrappeso, elegantemente vestito. Forse si era ben vestito per ben ricevermi. O forse invece era quella la sua maniera solita di starsene in casa.
     - Frank Stevens - mi presentai. - Mister Tod Carlton?
     Annuì.
     - Mi spieghi il perché di questa sua visita - disse poi con voce bene impostata. La sua una voce da attore, che doveva mandare in solluchero le tardone che sono arrivate alla prima decade degli “anta”: da vent’anni almeno.  
     - Sto cercando di scoprire cosa c’è dietro la morte di Sam Galton, se qualcosa c’è. E se quel qualcosa è collegato alla sua morte vorrei scoprire di cosa si tratta.
     Lui mi fissò con intensità, sempre dal basso verso l’alto. Poi forse per cortesia, forse perché stanco di sollevare lo sguardo, mi invitò a sedere. Sprofondai così in un abbraccio di cuoio profumato, avvolto com’ero dal cuoio verde così come un poveraccio è avvolto dal tappeto verde di un biliardo a mo’ di mantello, magari con la stecca in mano a simulare un cavaliere di torneo.
     - La polizia ha stabilito che Sam è morto a causa di un incidente - mi ricordò lui.
     - Questo è pacifico come il sottostante oceano sul quale è andato a finire - replicai. - Ciò non toglie che magari a farlo finire giù lungo la scarpata può essere stata una scarpata meccanica: quella tiratagli da un automezzo che lo ha spintonato giù lungo il burrone.
      Sembrò riflettere.
     - Quale sarebbe stato il motivo?
     Mi mossi nella poltrona per districarmi dal suo abbraccio ammaliante.
     - Forse è in grado di dirmelo lei, Mister Carlton. Il ragazzo era innamorato di Helen Samson, segretaria alla Star Music, che suppongo lei conosca.
     - La Star Music? - ripeté lui ironico. - Sì, in effetti credo di conoscerla.
     Lasciai correre e proseguii.
     - Helen pare che avesse almeno un secondo spasimante, il quale potrebbe avere deciso di togliere dalla circolazione: stradale, il suo rivale. Oppure - aggiunsi, - la rivalità in amore non c’entra e si tratta invece di un altro tipo di rivalità, relativa alla composizione musicale. - Lo fissai. - Cosa mi dice di questo?
     - Che vorrei sapere dove intende arrivare.
     - Intendo arrivare alla risoluzione del caso, che mi consenta di scoprire il responsabile della morte di Sam Galton se un responsabile c’è stato, e per quale motivo costui ne ha provocato la morte.
     - Lei non mi piace - disse l’uomo. - Sta forse insinuando che ci possa essere di mezzo io?
     - Non sto insinuando nulla, Mister Carlton. Sto solo affermando che lei ha utilizzato o per meglio dire si è appropriato seppure con il consenso di Galton di diverse sue canzoni, sebbene pagandogliele una somma non certo bassa. È così?
     L’uomo si alzò, come se parlare di un morto lo avesse al contrario reso più vivo, più vitale.
     - Lei viene qui, in casa mia, per accusarmi di essersi appropriato di brani composti da un altro?
     - Io sono venuto qui, in casa sua, non per accusarla di appropriazione indebita bensì di essere forse in debito verso Galton per avere utilizzato brani da lui composti anche se a lei venduti. Si potrebbe aggiungere in nero, se non fosse una battuta irrispettosa.
      - Senta, caro signore: io sono un compositore con alle spalle qualcosa come un migliaio di canzoni. 
 Molte di queste si sono ben piazzate nella classifica della top-ten musicale, e diverse altre l’hanno
scalata quasi fino alla vetta. Quando poi qualcuno come Carlton mi porta dei pezzi, io glieli risistemo fino a sgrezzarli e a renderli dei successi. Nel campo musicale queste cose sono all’ordine del giorno. Cosa crede, che tutti i pezzi dei Beatles, ad esempio, siano esclusivamente opera loro? Tutta quanta farina del loro sacco? Può essere, ma alla farina è necessario aggiungere il lievito. Lievito come George Martin era. E tutto questo vale anche per gli altri.
     - Resta però il fatto che Galton i suoi successi non li ha mai potuti firmare. Che questo per lei, Carlton, sia normale non lo metto in dubbio. Che però sia anche moralmente ineccepibile, be’: qualche dubbio qui lo avrei.
- E allora vada a toglierseli altrove, questi dubbi. Anche perché adesso ho da fare.
- Deve forse sistemare altri pezzi composti da altri? Cosa ha intenzione di modificare? Il sol con il soul, il re con il King - Cole o B.B che sia? - Mi alzai. - La ringrazio per avermi ricevuto ma non certo per come mi ha risposto.
Gli voltai le spalle e uscii. A metà circa del lungo corridoio mi venne incontro la larga virago di prima, una espressione di meraviglia sul faccione.
- Non ho sentito il campanello – mormorò, afflitta.
- Buon per lei - replicai. - Perché quando il campanello suona può essere perché l’amore è arrivato. Ma non sempre si tratta di quello giusto.
Lei mostrò di non capire. Io uscii sulla piazza, e risalii sull’auto. Mentre facevo manovra notai da una delle finestre al piano terra una mezza figura maschile intenta ad osservarmi. La mezza figura di un mezzo uomo che diventava sempre più dimezzata mano a mano mi allontanavo dalla casa, quasi la parabola di ciò che di grande era stato e ora - e in seguito - sempre più piccolo sarebbe diventato. Ma di lui rimaneva comunque il glorioso passato. Di altri, come Sam Galton, il nulla assoluto.

Continua domani ore 9:00