PER GLI AMANTI DEL GIALLO

Continua ogni giorno, sempre alle ore 9:00, il romanzo Nero su bianco di Antonio Mecca . Saranno graditi commenti, consigli e comunicazioni.

Indirizzare a edbedizioni@libero.it - Rubrica: "Per gli amanti del Giallo". Buona lettura




Segue da ieri ore 9:00

Joseph Anders era stato un tecnico della polizia scientifica di West Los Angeles che avevo avuto modo di conoscere e incontrare in varie occasioni collegate al mio lavoro. Joseph era in pensione da tre anni, ma la passione per il suo lavoro persisteva, per cui continuava a dilettarsi nell’analizzare ogni cosa che gli capitava di incontrare sul suo cammino o che qualcuno: magari un amico, magari un detective privato, gli sottoponeva. In cambio ci ricavava qualche dollaro, che poi per quanto mi riguardava avrei scalato dal conto spese del mio cliente. Anders - il cui nome originario era Andersen: come quello del grande favolista danese – abitava in una casa in affitto. La moglie era morta dopo una lunga malattia, che era costata ai due coniugi pressappoco tutto quanto il gruzzolo accumulato in decenni di lavoro, costringendo Joe a vendere la bella casa situata a Pasadena per trasferirsi in una catapecchia sempre non lontano da lì ma in tutt’altro quartiere. Forse, anche per questo motivo aveva finito per mettere a disposizione la sua competenza scientifica riprendendo a lavorare per qualche dollaro o talvolta per parecchi, a seconda del lavoro analizzato e di chi glielo commissionava. Io di solito non gli sganciavo molto, ma era pur sempre il mio un aiuto che il povero Anders con la sua non certo florida pensione non disdegnava di accettare.  
     Suonai il campanello della vecchia e malandata casa a un solo piano e non granché comoda. Ma per lui: solo, senza moglie e senza figli, era più che sufficiente. Sapevo che spesso tornava nel quartiere dove sorgeva la sua ex abitazione, fermandosi ad osservarla per qualche minuto, come chi osserva il proprio passato ancora in piedi ma svuotato di vita. La propria vita passata. Lo capivo, mi dispiaceva per lui, ma non ci potevo fare nulla.  
     La porta si aprì, e un uomo in là con gli anni apparve inquadrato sulla soglia come il soggetto anziano di una vecchia tela inserita in un’altrettanto vecchia cornice. Sembrava ancora più invecchiato di quando lo avevo visto l’ultima volta: all’incirca tre mesi prima. Faticai a riconoscerlo, mentre lui non faticò a ricrdarsi di me.   
     - Frank! - esclamò infatti. - Qual buon vento?
     - Vento rosso - risposi, parafrasando il titolo del bel racconto di Chandler con protagonista il mio collega John Dalmas.
     - È una battuta, questa, che ripeti spesso.
     - È un racconto, che si dovrebbe rileggere spesso.
     Lui avanzò verso di me, fermandosi poi alla giusta distanza che gli consentisse di stringermi la mano. Notò al tatto che era ruvida ruvida, infatti era ancora sporca di terriccio.
     - Hai fatto le flessioni quotidiane su di un prato? - si informò.
     - Ho fatto le inflessioni sul timbro della voce per poter rispondere a tono ai poliziotti durante i futuri interrogatori a un investigatore senza più futuro.
     Sorrise.
      - Tu per lo meno sei ancora giovane. Io invece no e di futuro ne ho ancora quanto collante il retro di un francobollo.  
     Non replicai. Chiesi, invece:
     - Come stai, a parte il tuo ottimismo cronico?
     - Come ormai da anni a questa parte: sul triste stabile. Uno stabile di molti piani sistemato in una zona sismica e pronto da un momento all’altro a schiantarsi al suolo. 
     Ridacchiai: - Ho un lavoro per te, Joe.
     Sfilai dal taschino della giacca l’antenna radio e gliela mostrai.
     - L’ho trovata lungo una scarpata sulla strada che porta da Los Angeles a Palm Springs. Ricordil’incidente avvenuto due settimane fa dove ha trovato la morte quel giovane tecnico del suono della Star Musica il cui nome era Sam Galton?
      Sembrò ricordare. Continuai.
      - Si schiantò contro il paracarro finendo con l’auto giù per il burrone. La polizia affermò essersi trattato di un incidente. Il ragazzo doveva avere affrontato la curva a velocità eccessiva perdendo così il controllo dell’auto. Io invece penso che possa essere stato spintonato giù da un’altra auto. Un’auto che ha perso l’antenna durante l’impatto inferto alla macchina di Galton.
      Joe non disse nulla. Poi mi invitò a entrare in casa.
      - Non ti dico accomodati perché sarebbe una assurdità. Mi limito a dirti entra.
      Mi limitai a seguirlo all’interno della casa che seppure modesta - educato eufemismo per sottintendere povera - era però ordinata e pulita.
     - Siedi, Frank - disse indicando una delle vecchie poltrone presenti. - Gradisci qualcosa da bere?
     - Grazie, Joe: sto bene così. Starò però meglio ancora quando avrai saputo dirmi qualcosa di più riguardo questa antenna e la sua provenienza.
     Sollevò le spalle.  
     - Accompagnami in laboratorio - invitò.  


Il laboratorio era situato in una stanza grande più o meno quanto uno sgabuzzino. Un microscopio sopra un tavolino, un paio di bacinelle, alcune paia di guanti monouso, una minuscola camera oscura per lo sviluppo della pellicola, varie boccette di vetro posate sopra mensole di legno. Una piccola parte del materiale utilizzato nei laboratori della polizia che sembrava essere trasmigrato al seguito di Anders. Cominciò con l’infilarsi i guanti e afferrata l’antenna la posizionò sotto la lente del microscopio. Poi inforcò gli occhiali protettivi, riempì di acqua una sorta di piccolo acquario, vi versò una sostanza che sapevo essere cianoacrilato e vi immerse l’antenna. Quindi dopo un po’ la prese per riproporla nuovamente all’esame del microscopio. Durante quelle operazioni io stavo a guardare a debita distanza.
     - Okay - esclamò infine Joe togliendosi i guanti e lavandosi accuratamente le mani. Poi si tolse anche gli occhiali e si rivolse a me.
     - La superficie dell’antenna è impastata di terra e di una soluzione chimica corrispondente a detergente liquido di quelli in uso negli autolavaggi, emanante un profumo di violetta. L’antenna appartiene probabilmente a un’auto di grossa cilindrata; la visita a una concessionaria potrà esserti utile, visto che ogni marca di auto generalmente ha il suo tipo di antenna. Probabilmente quest’auto è uscita da un autolavaggio non molte ore prima dell’incidente da lei provocato, l’antenna deve essere stata avvitata non completamente per poi quindi sfilarsi durante il colpo inferto all’auto di questo Galton.
     - Sì - concordai. - Deve essere andata proprio così.
     - Già - disse lui.
     - Ti ringrazio, Joe. Mi sei stato davvero utile. Posso invitarti a cena?
     - Un’altra volta, Frank. Ora non mi sento di uscire.
     - Okay. - Tolsi di tasca il portafogli e ne cavai cinque banconote da dieci, tendendogliele.
     - È troppo - protestò lui.
     - No - replicai. - È il giusto compenso. Grazie ancora, e alla prossima. Ripresi l’antenna e uscii da quella casa per risalire poi sulla mia auto.


Continua domani ore 9:00

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