POPULISMO: UNA PAROLA DI MODA

È il sostantivo maschile che va per la maggiore. Ma come spesso accade, in Italia più che altrove, questa parola riempie la bocca (mai il pensiero), di coloro che parlano per sentito dire, senza preoccuparsi di attribuirle il reale contenuto.
Vediamo dunque di fornire una spiegazione a questo vocabolo modaiolo partendo dal significato originale fino allo stravolgimento odierno dovuto principalmente all'utilizzo schizofrenico dei social media.

Populismo è la traduzione italiana della parola inglese populism, a sua volta tradotta dal russo narodnicestvo dove narod significa popolo. Il Populismo fu infatti un movimento politico e culturale che si sviluppò in Russia tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento con lo scopo di fomentare la rivolta del popolo attraverso la propaganda di alcuni intellettuali; un archetipo di socialismo rurale, contrapposto all’ industrializzazione occidentale, che culminò con l’assassinio di Alessandro II nel 1881.

Dieci anni più tardi, il termine narodnicestvo attraversò l’Oceano Atlantico dove venne tradotto negli Stati Uniti con populism e adottato dai People’s party, ovvero il partito del popolo, della gente; si diffuse negli stati del sud, prettamente agricoli, ed ebbe vita breve.

Agli inizi del Novecento la parola attraversò nuovamente l’Atlantico e venne tradotta in italiano con populismo.
I termini populismo e populista si diffusero globalmente dopo il Secondo conflitto mondiale per indicare, in maniera spregiativa, l’approccio politico di Peron in Argentina, dove il popolo veniva esaltato e considerato custode di valori unicamente positivi e al quale faceva promesse irrealizzabili condite da un’oratoria puerile e demagogica; in soldoni, mirava agli istinti più che alla ragione.

A questi contenuti, tutt'oggi attuali, se ne affianca uno nuovo secondo cui il populismo, forte di un consenso elettorale, potrebbe legittimare i governanti a oltrepassare i limiti posti dallo Stato di diritto e dalla Costituzione. Ma la contraddizione più evidente del populismo rimane, per quanto legato a movimenti sociali o politici nati spontaneamente, l’essere dipendente da leader carismatici; un governo del popolo in mano a un uomo solo.

Un’ulteriore e attualissima accezione al termine consiste nel prevalere della politica digitale su quella reale.
L’opinione pubblica, mutata in opinione digitale, è al servizio dei leader politici che possono esporre importanti comunicati o banali inezie agli altri utenti della rete senza ricorrere ai tradizionali organi di informazione per ottenere consensi; né più né meno di ciò che fa la stragrande maggioranza delle persone fotografandosi mentre consuma la colazione o dopo un’operazione al menisco. Con le istituzioni democratiche in crisi, il popolo (entità eterogenea non ben definita) viene utilizzato come scudo e come lancia per fomentare paure infondate o ridicole speranze e Internet funge da perfetto comburente.

“Nello spazio-tempo di internet, una notizia, per il solo fatto di circolare, corrisponde a un fatto reale dando vita a una democrazia di creduloni” e siccome in rete la verità è spesso concepita in funzione di chi la pronuncia, il pericolo giunge da un nuovo tipo di populismo, in questo caso digitale.

Riccardo Rossetti