PER GLI AMANTI DEL GIALLO

Continua ogni giorno, sempre alle ore 9:00, il romanzo Nero su bianco di Antonio Mecca . Saranno graditi commenti, consigli e comunicazioni.

Indirizzare a edbedizioni@libero.it - Rubrica: "Per gli amanti del Giallo". Buona lettura

 Giunto nuovamente nei pressi della Star Music spensi il motore della mia Ford, tutta risplendente di doccia schiuma appena fatta e di lucidante, e dopo avere gettato passando a piedi uno sguardo al parcheggio mi fu possibile notare il grande e lussuoso e bianco fuoristrada. Bianco come un iceberg pronto a colpire e ad affondare l’imbarcazione di turno. Quindi, guardai l’orologio: le cinque da poco passate. Mi accinsi all’attesa dietro al volante della mia auto, prendendo a leggere uno dei libri che portavo con me nell’eventualità di simili occasioni. Si trattava di un romanzo di Fitzgerald che volevo rileggere già da tempo: “Tenera è la notte”, e che riaffrontai con autentico piacere. Ogni tanto sollevavo gli occhi dalla pagina scritta per appuntarlo sulla strada; non vedendo però novità alcuna che potesse interessarmi, riprendevo la lettura, che era molto più accattivante.
     Intorno alle sei e dieci scorsi Helen in compagnia di due altre ragazze, intenta a ridere e a parlare su quei toni alti caratteristici delle ragazze giovani e spigliata come loro erano. Helen le sautò, entrò nel parcheggio per poi uscirne di lì a pochi minuti a bordo della sua auto, una Pontiac più verde di una bottiglia tenuta nella tasca al verde di uno squattrinato cronico. Ripresi la lettura. Verso le otto smisi, riposi il libro nella tasca laterale della portiera e appuntai lo sguardo al di là del parabrezza. La lancetta dei minuti percorse la mezza, poi arrivò a tre quarti e quindi all’ora tonda: le nove. Quando la ebbe oltrepassata di dieci minuti l’uomo-barracuda uscì col passo del grand’uomo indaffarato che doveva avere anche quando varcava la soglia del gabinetto o ne usciva, dirigendosi verso il suo mostro a quattro ruote.  
     Dopo fece manovra e si avvicinò all’uscita. Io accesi a mia volta il motore, aspettando che uscisse. Quindi presi a seguirlo. Walt mano a mano che si avvicinava all’uscita del boulevard prendeva a schiacciare l’acceleratore sempre più. Quando svoltò a destra lungo l’autostrada che portava a Santa Monica pensai quasi intendesse raggiungere Helen, e che questa mi avesse tradito. Ma quando oltrepassò la cittadina per proseguire oltre, mi rasserenai.  
     La città di San Diego si trovava, fra altre piccole e medie località,E fu qui che l’amico svoltò, lasciando l’autostrada e dirigendosi verso la bella città della California del Sud. Proseguì lungo un’arteria principale per circa dieci miglia, per poi svoltare a sinistra in una stradina laterale, percorrerla per alcuni minuti e fermarsi accanto a una bella ma non certo lussuosa villetta a due piani rivestita di legno bianco. Il tetto di tegole arancio che potevano ricordare anche il colore dei guanti portati da molti personaggi umanoidi di Walt Disney.  
     Walt Gage invece, era uno che a trattare gli altri con i guanti non doveva essere avvezzo. Lui era solito abbattere senza pietà chi lo ostacolava.  
     Oltrepassai la sua auto e mi fermai di lì a una decina di metri. Quindi scesi, notando che zio Walt era entrato nel vialetto di accesso per dirigersi fino all’ingresso della casa, atteso da una figura femminile ritta sulla soglia. Tornando indietro fino al pilastro del cancello, dove si trovava la cassetta delle lettere, lessi il nome: Allison. Dopodiché nel tornare alla mia auto scrissi sul cellulare il numero di Helen. Rispose proprio mentre stavo rientrando nell’abitacolo.
     - Helen, sono Stevens. Conosci una certa Allison?È forse una tua collega?
     - Sarah Allison? Sì, la conosco. È addetta all’ufficio acquisti in qualità di segretaria.
     - Sapevi che Gage la frequentasse?- No, a dire il vero.
     - E neppure Sam Galton la frequentava?
     Sembrò esitare.
     - Mi pare - rispose poi, - c he Sam le abbia fatto la corte, questo sì. Ma non so se siano usciti insieme oppure no. Anche perché non siamo amiche, io e Sarah, e quindi non ci scambiamo confidenze.
    - Non sai neppure se oggi sia venuta al lavoro oppure no?
     - Al lavoro non ci viene da un mese. Credo sia incinta.
     Il mio sguardo puntato sullo specchietto retrovisore scorse Gage e la presunta Sarah Allison intenti ad uscire di casa.
     - Helen, ti ringrazio. In questo momento Sarah sta uscendo in coppia con Gage. A presto.
     Tolsi il contatto e lo ripristinai al motore, immettendomi in strada lentamente, lasciando che il grosso fuoristrada guidato dall’altrettanto grosso barracuda mi raggiungesse prima e sorpassasse poi. Potei così dare un’occhiata alla ragazza. Era giovane, bella e bionda dal volto ingenuo, uno di quei volti capaci di far dannare un angelo o convertire un diavolo. Cosa quest’ultima che l’autista accanto a lei sembrava avere fatto. Presi a seguirli con discrezione, fino a permettere che due altre auto si frapponessero fra loro e me. Sempre attento a ciò che il fuoristrada stesse facendo, notai a un certo punto che rallentaa per svoltare quindi a destra e poi lasciare San Diego e immettersi nuovamente in autostrada.  
     Questa volta il tragitto non fu molto lungo. Di lì a mezz’ora si giunse in vista di alcune case sparse non tutte delle stesse dimensioni, sebbene tutte di alto costo. Il macchinone accostò a una villa di tre piani larga a sufficienza da poter accogliere una tripla parata militare messa su per la triplice alleanza. Quindi i due scesero. Io sorpassai il fuoristrada e mi fermai proprio davanti. Anche i due si fermarono, prendendo a guardarmi. Avanzai deciso verso di loro sorridendo cortesemente.
     - Mister Gage, ho qualcosa per lei che ha perduto due settimane fa - dissi sfilando dal taschino interno della giacca l’antenna e porgendogliela. - Bisogna prestare attenzione che siano bene avvitate, altrimenti può capitare che nel tamponare un’auto per spedirla giù nel burrone l’antenna si distacchi e rimanga lì sul posto.  
     L’uomo impallidì, assumendo il bianco della carrozzeria della sua autoLa ragazza mi fissava stupefatta.
     - Chi è, lei? - sbraitò l’uomo.
     - Frank Stevens, detective privato. La mia cliente è la signora Maria Galton, madre di Sam Galton, che lei ben conosceva. Al punto tale da decidere di recidere la sua esistenza dall’elenco dei viventi.
      La ragazza emise un grido acuto. L’uomo avanzò verso di me con sguardo minaccioso.
     - Risponderà alla polizia di questo suo modo di fare, bastardo!
     - E lei invece al magistrato che si occuperà del caso. Vedo che il paraurti anteriore ancora non l’ha fatto sistemare. Anche se lieve, è pur sempre qualcosa che stona nell’insieme. E per uno che ha sistemato: definitivamente, un insieme di qualità musicali quali Galton era, non va bene.
     Cercò di colpirmi con un pugno, mentre la santarellina non sapeva fare di meglio che seguitare a strillare. Colpii lui pensando quasi di colpire lei, perché ho sempre detestato le femmine urlanti nonché leggere nel passare da un uomo all’altro, prediligendo chi fra essi ha potere e denaro. Dovetti avere pensato bene, visto che i due pugni sferrati al suo compagno andarono a segno. L’uomo cadde a terra, finendo accanto alla portiera dalla parte del guidatore. Un guidatore maldestro che aveva condotto male la sua esistenza e causato l’interruzione di quelle altrui.
  Continua domani ore 9:00