Sguardi

Gli stress da Covid: per conoscerli e affrontarli

Il persistere della pandemia che non lascia  tregua mi ha indotto a considerare i tanti traumi psicologici che in misura leggera o più o meno grave hanno investito molte persone. La prima fase del Covid 19 è stata sicuramente uno shock imprevisto e violento, pieno di incognite e interrogativi, che ha costretto all’isolamento e alla convivenza forzata negli spazi ristretti della loro casa e per alcuni ha coinciso con l’esperienza della malattia e del lutto. Sono subentrati sentimenti discriminatori e ostili verso supposti fautori del contagio, come i cinesi e i rifugiati stranieri portatori di malattie, sentimenti che col tempo si sono affievoliti. La paura è stato il sentimento prevalente: di infettarsi, di infettare gli altri, soprattutto i propri figli e i genitori anziani, paura della crisi economica, della disoccupazione, del non poter disporre di un reddito adeguato, paura alimentata anche dal bollettino di guerra dei contagi che non si fermavano, la paura ha indotto alcuni allo shopping compulsivo. Contemporaneamente  in  quei primi mesi del Coronavirus ricordiamo i molti gesti di resistenza e di speranza del nostro popolo: gli inviti a stare a casa, i ripetuti “Ce la faremo!”. Nel  secondo periodo che stiamo ora vivendo il pericolo del contagio non è stato annullato pur con l’avvento dei vaccini, per alcune persone il trauma del Covid si è cronicizzato in concomitanza di casi di decessi nella propria famiglia e i problemi economici irrisolti, per cui sono subentrati sintomi di angoscia, tristezza, depressione, impossibilità di prevedere e di progettare il proprio futuro. Il lungo confinamento, i frequenti cambiamenti di misura di sicurezza, l’assenza di comunicazione chiara sulla malattia a livello pubblico hanno portato agli  individui più esposti fenomeni di varia natura: affaticamento generale, difficoltà  nel dormire e nel concentrarsi, disconnessione e/o rallentamento nel lavoro, sviluppo di fobie come lavaggi frequenti di mani e ambienti, dipendenza da alcol e altre sostanze  stupefacenti. Secondo gli studiosi della psiche è legato all’emergenza pandemica anche il ricorrere da parte di molte  persone alla rimozione del pericolo, addirittura alla negazione del virus contagioso, poiché la pandemia è in relazione con la realtà intollerabile  della morte, mette in crisi il senso dell’esistenza, per cui tra   le possibili reazioni  dell’uomo fanno capolino il minimizzare, rimuovere e addirittura negare il contagio, addebitarlo magari a un subdolo predominio del potere politico sui cittadini, così che da queste persone sono giustificati i propri atteggiamenti antisociali e trasgressivi delle norme di sicurezza. Raramente succede che l’abitudine forzata all’isolamento può trasformarsi per alcuni individui  in scelta di vita a causa  del deterioramento delle relazioni sociali, per il timore di un nemico invisibile e totale, per l’incertezza su cosa è giusto fare e non fare, dire e non dire, cosa pensare e non pensare. Per altre persone, invece, trascorrere un’insolita quantità di tempo insieme con i familiari, spesso in spazi ristretti e inadatti, accresce i conflitti e le violenze domestiche. Non a caso la cronaca di questi giorni rende pubblico l’aumento di separazioni e divorzi rispetto al passato. Conseguenze  ancor più drammatiche ed estreme legate alla pandemia  sono i tentativi di suicidi da parte di chi si è stato colpito dal contagio irreversibile o è stato in  contatto diretto con il  decesso di propri cari. Tutti questi stress e turbe mentali collegati all’emergenza del Covid  sono presenti in tutte le fasce di età secondo una indagine tedesca del 25 novembre, una delle più vaste e accurate sul tema. Sintomi peggiori, però, si verificano in individui tra i 20 e 40 anni a causa della perdita o diminuzione del lavoro, sulle madri che si devono occupare quasi esclusivamente dei figli minori durante il lockdown. Negli ultrasessantenni sono meno incisivi l’ansia e i disturbi depressivi forse per il loro maggior spirito di rassegnazione. Secondo un altro studio la pandemia ha acuito le differenze negli stili di vita e le difficoltà soprattutto nelle donne e nei giovani. Per concludere, a causa di tutti questi traumi da Covid, brevemente riassunti, tutti gli  specialisti concordano sulla necessità di non trascurarli e di prevedere  forme di assistenza pubblica per chi ne soffre. In Italia solo dai privati sono state portate   iniziative di sostegno. Con la Fondazione Soleterre, ad esempio, Damiano Rizzi psicologo clinico  ha lanciato una rete formata da 570 psicologi in tutta Italia per l’assistenza psicologica attraverso un centralino con il numero 3357711805. Anche la rivista Gente mi risulta ha un numero apposito per l’emergenza di questo tipo. Il 9 dicembre scorso la Consulta delle Società Scientifiche di Psicologia ha inviato una lettera al Governo per affrontare il disagio psicologico durante il Covid, poiché in nove mesi poco o nulla si è fatto in questo senso per la salute delle persone.

Luciano Marraffa

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