Sguardi

Un omaggio a Carlo Porta

All'entrata del Castello Sforzesco a pochi sfugge il manifesto della mostra “El sur Carlo milanes”, un modo per celebrare il più grande poeta in dialetto milanese Carlo Porta nel bicentenario dalla sua morte. La mostra, curata da Mauro Novelli, si protrae dall’11 giugno al 25 luglio, preceduta da due giorni di riflessioni sul poeta il 27-28 maggio. Non sarò certamente io a voler aggiungere note di stima del pregio e delle particolarità del Sur Carlo, ben condivise, ma desidero solamente rievocarlo ai milanesi, ai lombardi doc e ai moltissimi residenti della città ambrosiana. Poco letto e studiato nelle nostre scuole Carlo Porta è considerato ugualmente un grande poeta italiano. Molto apprezzato in vita dagli scrittori del suo tempo, tra cui l’amico Alessandro Manzoni, Carlo Emilio Gadda e Stendhal che lo definiva “Le charmant Carline” l’affascinante Carlo, dimenticato per tanto tempo per le sue numerose pagine spregiudicate, è stato ripreso e considerato nel dopoguerra. Milano gli ha dedicato un monumento in via Larga al 3. l'ha

Nato nella capitale  lombarda  nel 1775, ha avuto una vita breve, essendo deceduto il 5 gennaio 1821. Ha vissuto tutta la sua vita nei pressi del Duomo e del Verziere in una città di 120.000 abitanti, città allora “di provincia” che però incominciava ad essere vivace culturalmente con i tanti scrittori e intellettuali dei circoli del “Caffè” e del “Conciliatore” e che man mano assumeva importanza politica, soprattutto con Napoleone che l'ha costituita capitale di gran parte dell'Italia settentrionale, “Regno d’Italia”. Salutò fiducioso i riformatori francesi, salvo poi a scontrarsi con la loro prepotenza, si illuse dei vantaggi delle riforme austriache di Maria Teresa, ma ben presto si oppose agli stessi dominatori con la restaurazione dopo il Congresso di Vienna. Il vero motivo della grandezza del Porta è l'aver dato voce alla gente comune protagonista dei suoi racconti, delle sue poesie, assoggettata ai tanti mali del suo tempo, alla povertà, ai torti e alle ingiustizie da parte delle classi agiate. Per questo scelse di scrivere nell’idioma del popolo e non a caso una delle opere più famose è “La Ninetta del Verzee”, una prostituta raggirata dall’amante disonesto. Scriveva in dialetto milanese poemetti, racconti in forma verseggiata e per il teatro dialogato. Era a suo agio nel romanticismo, che però trovava le sue radici non nella identità nazionale, come per il Manzoni, ma nella sua Milano e nella Lombardia, per le quali auspicava l'indipendenza dagli austriaci. Condivideva il principio di Rousseau dell’eguaglianza originaria della specie umana, che si addice alla gente del popolo e non alla vituperata borghesia. Favorevole alla rivoluzione scientifica, quella iniziata da Galilei, ma non quella comprensiva dell’alchimia, della magia e di ogni forma di superstizione, tra cui anche i riti religiosi. Infatti nei suoi scritti è abbastanza rilevante il suo anticlericalismo, la sua critica alla gerarchia e al basso clero rozzo e ignorante. L’alto clero era assimilato da Carlo Porta alla aristocrazia reazionaria, l’Ancien régime intriso di privilegi di supponenza e prepotenza era tutto da riprovare. Anche il classicismo imbevuto della vecchia cultura seguiva la stessa sorte di riprovazione. Frequentemente nelle sue opere il poeta milanese, tra il faceto e la riflessione morale, dileggiava diverse categorie di persone: i bigotti, i frati faccendieri, i nobili ipocriti e nello stesso tempo esaltava le virtù della gente comune. In questo può essere ideologicamente equiparato all’altro lombardo, Giuseppe Parini. L'ascendente del nostro poeta “milanes” non si è perso per strada, ma ha avuto risonanza nei movimenti popolari del nostro tempo se, per esempio, ricordiamo le canzoni “Ma mi” di Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi o “El  purtava i scarp de tennis” di Jannacci. Per concludere una chicca in questo periodo di commemorazione dantesca: nelle edizioni delle poesie del Porta qua e là si trovano frammenti in dialetto dell’Inferno di Dante. 

Luciano Marraffa

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