STAZIONE PORTA NUOVA

Nota come Varesine (1931-1961)

Nel 1931 Stazione Centrale di Piazza Fiume (oggi Repubblica) andò in pensione e si procedette alla sua demolizione. Ma non tutto venne abbattuto: l’ala corrispondente al terrapieno parallelo alla via Viviani con ingresso in Via Galileo Galilei sopravvisse, assumendo il nome di Porta Nuova o, come veniva chiamata dai milanesi, Stazione delle Varesine perché vi partivano i treni per Varese.
Molti all’epoca lamentarono che Piazza Fiume fosse divenuta anonima e irriconoscibile e anche oggi, in effetti, non è che spicchi per personalità: un’enorme spazio vuoto privo di nota per non dire squallido. Intanto, nel 1933 proseguivano i lavori di smantellamento della vecchia Centrale con i correlati tracciati ferroviari, compreso il sottopasso di via Galilei il quale, intorno alle 14:00 del 6 0ttobre crollò rovinosamente; causa una grave disattenzione, si contarono diverse vittime e molti feriti.
Nel 1952 venne annunciata la costruzione di una stazione provvisoria, una quarta Porta Nuova, vicina a
corso Como per poter nel frattempo riedificare quella di via Galilei ma arrivati al ’55 la stazione era ancora incompleta e di treni non ne era passato neanche mezzo.
Un’altra idea aveva preso piede nel frattempo e cioè arretrare la nuova stazione all’altezza del vecchio scalo a Porta Garibaldi (Porta Comasina). Questo cambio di programmi in corso d’opera consentì alla terza stazione di Porta Nuova di sopravvivere fino al 5 Novembre del ’61, ovvero quando entrò in funzione la Stazione di Porta Garibaldi. Il primo tassello della futuristica e torreggiante Porta Nuova era stato posto. L’intera area, dopo il naufragio del Centro Direzionale di Milano, rimase inedificata per mezzo secolo, praticamente fino ai nostri giorni ma anche senza più la stazione, il luogo continuò a essere chiamato Varesine da intere generazioni di milanesi che su quell’arida terra brulla trascorsero ore liete e spensierate nel vecchio luna park. Un’anonima modernità, uguale in ogni città moderna, ha rimpiazzato un passato non poi così lontano, ma talmente dimenticato, da sembrare non essere mai stato.
Riccardo Rossetti 

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