TRASFERTA AMERICANA 1

Omegna è una graziosa cittadina. Sorge sulle rive del lago d'Orta, che lambisce anche le rive del piccolo e suggestivo paese di Orta San Giulio e l’omonima isoletta che si può raggiungere in pochi minuti con una barca a motore.

Lasciai l’auto in un posteggio a pagamento, infilai alcune monete nell’apposita scanalatura e, ritirato lo scontrino, lo infilai dietro al volante. A piedi raggiunsi l'indirizzo di un condominio risalente all’incirca a una sessantina di anni addietro alto quattro piani e intonacato di azzurro acqua marina. Le onde del vicino lago si riflettevano sulla parte sovrastante del balcone dell'ultimo piano, simili a ectoplasmi che tentassero con movimenti convulsi di riappropriarsi delle loro passate figure umane. Il colore azzurro delle tapparelle e delle serrande dei box rievocava il mare con la prospiciente spiaggia, nonché l’esistenza che in quei luoghi si è soliti condurre, un po’ piatta e noiosa ma talmente pacifica da sfiorare il sublime.

Era una sensazione di estraneità che prendeva e trascinava lasciando addosso uno strascico tipo quello di un abito da sposa aderente al suolo, a raccattare lo sporco sempre lì presente, mentre i sogni della giovane sposa si confondevano con la realtà della vita, inevitabilmente finendo per sporcarsi e perdere di smalto. Il mio forse futuro cliente mi stava aspettando nell'appartamento del fratello scomparso che, se avessi accettato l’incarico, avrei dovuto tentare di rintracciare. Al citofono mi disse che l’appartamento si trovava al quarto e ultimo piano, e che l’ascensore invece era a destra dell’ingresso. 

Approdai all’interno, L’ascensore si trovava in quel momento a piano terra. Le due porte in legno e vetro erano del vecchio modello che si aprono traendole a sé. Dopo avere ottemperato alla procedura premetti il pulsante quattro e iniziai la salita, che per quanto mi riguardava era spesso una discesa. Agli inferi. In mezzo minuto approdai all'ultimo piano, e qui giunto trovai un uomo ad attendermi sulla soglia di un appartamento situato alla mia sinistra. Sulla sessantina o poco meno, capelli castani che un tempo dovevano essere stati rossi ma ora che il fuoco si era in gran parte spento si stavano mutando gradualmente in cenere. Sul dorso delle mani una costellazione di macchie scure ricordavano stelle ormai spente lontane nello spazio e nel tempo. Gli occhiali che gli proteggevano gli occhi avevano le lenti scure, lievemente azzurrate, come un cielo autunnale che si avvia alla stagione successiva per poi arenarsi e lì morire.


Antonio Mecca

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