TRASFERTA AMERICANA 12

Lasciammo la tomba dello scrittore e tornammo all'ingresso, dove il fiorista: un uomo di dimensioni minime perché magro e basso, era intento a servire un cliente che aveva acquistato un mazzo di rose bianche.

Quando l'uomo se ne fu andato, io mi avvicinai al fiorista. 

- Hello - salutai. - Vorremmo sapere se la tomba di Raymond Chandler è stata qualche tempo fa visitata da quest’uomo - e così dicendo presi la foto che Solmi mi aveva dato e gliela mostrai. 

- Si tratta di un italiano - specificai. - Potrebbe essere stato qui all'incirca due settimane fa e avere 

  acquistato questa pianta – e gli mostrai la foto che avevo scattato pochi istanti prima. 

- Ricorda di avergliela venduta?

La faccia dell’uomo sembrò rischiararsi.

- Sì, adesso mi ricordo. Anche per due motivi: il primo è che si tratta di una pianta costosa di cui non 

   possiedo molti altri esemplari. Il secondo motivo che ricordo è che una donna, dopo avere notato l’uomo

   che prendeva quella pianta, ne ha voluto da me una simile.

- E poi cosa è successo?

- Niente. I due poco dopo si sono allontanati entrando nel cimitero, prima l'uomo e poi la donna.

- Conserva ancora gli scontrini fiscali? – chiese Solmi al fiorista.

- Sì.

- Le vorremmo chiedere di effettuare un controllo, per favore. Vorremmo sapere a quale giorno risale la

  doppia vendita.

L'uomo annuì, prese a servire una donna anziana che aveva fatto la richiesta di un mazzo di gladioli e poi entrò nel negozio seguito da me, mentre Solmi rimaneva all’esterno. Aperto il cassetto di un tavolo di legno il cui ripiano era scalfito dai segni causati dal poggiare e spostare continuo dei vasi ne cavò un pacchetto di scontrini tenuto assieme da un elastico rosa come quello della giarrettiera di una ballerina. Prese quindi a farli scorrere all’indietro, dapprima velocemente e poi con lentezza.

- Eccoli qua! – annunciò trionfante. Sfilò una ricevuta che riportava il prezzo delle piante: 48 dollari, e la data di vendita: due ottobre, ore 16,15. Anche quella immediatamente successiva risaliva al due ottobre, e sempre relativa a una pianta di 48 dollari. L'ora era invece quella delle 16,20. Il due ottobre era anche il giorno in cui Santini era scomparso.

- Conosce quella donna? – chiesi.

- No – rispose.

- L'ha più rivista?

- Non mi pare.

Osservai il tutto. Poi chiesi il permesso di scattare una foto dei due scontrini, permesso che mi venne accordato. Quindi ringraziai l'uomo e uscii dal negozio. Rivolto al mio collega d'oltreoceano dissi:

- Torniamo dentro per cercare di individuare la tomba che porta lo stesso tipo di pianta di quella della tomba di Chandler. 

Non faticammo molto né impiegammo tanto tempo per trovarla. Era sistemata nel terzo viale parallelo alla tomba di Ray, e portava lo stesso tipo di pianta ugualmente rinsecchita. Sulla lapide era riportato un nome: William Stoney, 1959- 1998.

- Quando lui è nato, Chandler moriva - notò Solmi.

- Già – risposi.

Restammo lì per un po’ a osservare la lapide, dopodiché uscimmo dal Mount Hope Cemetery per fare ritorno alla mia auto.

- Adesso ci recheremo al municipio - informai il collega italiano, - per effettuare una ricerca sul signor William Stoney e conoscerne il recapito da vivo. Lui approvò. 

Il municipio si trovava nella downtown, in un vecchio ma non decrepito edificio risalente ai lontani anni Trenta, che proprio perché lontani non potevano non apparire affascinanti. Sebbene non fosse stata che una vetrina luccicante dietro la quale si agitava il marcio della corruzione, la sopraffazione della violenza, la tristezza della moralità continuamente vilipesa. Ma il languore provocato dal passato risulta provocante al punto da essere duro da contrastare, e io neanche ci provavo. Lasciai l’auto nel parcheggio prospiciente, quindi scendemmo e ci avviammo verso l'entrata del palazzo. Al primo piano si trovava la sede della centrale di polizia, con un paio di agenti in uniforme ciondolanti davanti la macchina del caffè. 

Al secondo il municipio con la sezione anagrafe. Un impiegato giovane, vestito adeguatamente per riguardo al ruolo istituzionale che ricopriva ci accolse con un sorriso che metteva in mostra un paio di denti di acciaio come il suo sguardo freddo.

- Buongiorno, signori. Cosa posso fare per voi?

Mostrai il distintivo che mi autorizzava a ficcanasare, sempre che non esagerassi.

- Vorremmo conoscere l’indirizzo di William Stoney - rivelai. - Attualmente risiede al Mount Hope Cemetery, e questo dal 1998. Prima invece doveva trovarsi altrove e in superficie.


Antonio Mecca

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