TRASFERTA AMERICANA 14

Quella stessa sera Marco Santini poté telefonare al fratello per tranquillizzarlo sulla sua sorte. Dopodiché fui io a parlare con il mio cliente.

- La polizia di Los Angeles ha detto che Marco deve restare ancora qualche giorno in città perché deve essere interrogato dal giudice e dagli avvocati. Ma la faccenda dovrebbe concludersi di qui a due-tre giorni, per cui entro venerdì dovremmo essere in grado di ripartire per l’Italia.

- Signor Solmi, è stato davvero grande. Grazie.

- Sono stato aiutato, e molto - minimizzai. - Senza il mio collega americano non so se ce l'avrei mai fatta.

- Ciò non toglie che ce l'ha fatta.

- Già.

Ci scambiammo qualche altra parola, dopodiché interrompemmo la comunicazione. 

Osservai il volto di Santini. Era pallido, ma già sulla via di rimettersi.

- Che storia! - mormorò. - Chi mai avrebbe potuto pensare a ciò che mi sarebbe capitato… Una matta che si è incapricciata di me - doveva proprio essere matta! - facendomi prigioniero per i suoi capricci sessuali.

- Almeno, è stato esaltante farlo con un’esaltata?

Lui non se la sentì di sorridere, cosa questa che potevo facilmente capire. Quella sera l'uomo si reintegrò nella sua camera all’hotel Sunshine, dove fece il suo primo autentico sonno ristoratore di lì a molti giorni. 

Io invece uscii e presi a passeggiare nei dintorni, affascinato dai neon multicolori ma non sedotto, perché le sirene dei suoi fondali potevano anche cantare in falsetto, ma, proprio per questo, a me parevano sempre e solo false.


FINE

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