TRASFERTA AMERICANA 2

- Signor Solmi - esclamò nel tendermi la mano. - La ringrazio per essere venuto.

La voce aveva il tono lievemente scorbutico che vuole simulare sicurezza per nascondere un’ansia di fondo. Mi invitò a entrare in una sanza, un soggiorno arredato con due

grandi poltrone e un ampio divano, tutti dello stesso materiale: velluto, e colore bianco panna screziato di puntini neri tipo cioccolato scuro su un gelato alla stracciatella. La loro presenza risultava ancora più vasta perché priva di occupanti; di fronte e più in basso si trovava un tavolino di legno scuro con posato sopra un vassoio di cristallo bluastro recante penne di varie forme e colore: dorate, argentate, vermiglie e pennarelli multicolori. Una grande libreria in legno chiaro a più scaffali reggeva moltissimi libri di diverse dimensioni, nonché di diverso argomento. I polizieschi erano sulla sinistra, con due volumi rispettivamente di colore blu e giallo accoglienti le opere di Raymond Chandler, che campeggiava in un angolo della parete  con una foto in bianco e nero incorniciata in legno nero bordato d’oro. Era il ritratto di Raymond Chandler, con la pipa in bocca, le mani lunghe e aggraziate a sfiorare le gambe. La sua gatta nera, Taki, stava sullo scrittoio.

- Le preparo un caffè? – chiese il mio probabile futuro cliente. 

- No, la ringrazio.

- Sieda pure - invitò indicandomi una delle due poltrone presenti. Lui occupò l’altra.

Quando ci fummo accomodati Giovanni Santini prese a parlare. Raccontò che il fratello Marco aveva quattro anni più di lui, lavorava come manovale a una quindicina di chilometri da Omegna in un cantiere della zona industriale di Gravellona Toce, e che si era recato in America in California, a Los Angeles per l’esattezza, - tramite un’agenzia di viaggi di Omegna - e che aveva poi smesso di dare segnali di sé. Il suo cellulare taceva; al telefono dell’hotel avevano risposto di non vederlo da molti giorni, e che la camera da lui occupata conteneva ancora i suoi effetti personali.

Da allora erano trascorse due settimane, la polizia di Los Angeles si era messa in azione (o perlomeno così affermava) per ritrovarlo, ma nulla era saltato fuori. 

Sì, avevano fatto domande qua e là, interrogato l’albergatore e il personale di servizio, qualche tassista stazionante nei pressi dell’hotel che si chiamava Sunshine, in Escamillo Drive, baristi e negozianti della zona mostrando loro la foto di Santini senior che Santini junior aveva a sua volta inviato al ministero degli esteri della Farnesina, il quale a propria volta l’aveva inviata tramite cellulare all’ambasciata italiana sita a Los Angeles. Il risultato ottenuto era stato però nullo.

- Dopo quanti giorni non si è più fatto vedere all’hotel? – mi informai.

- A partire dal quarto giorno.

- E quanti ancora ne avrebbe dovuti passare, lì a Los Angeles?

- Sei. Intendeva visitare anche Santa Barbara, Santa Monica, Palm Springs. E Disneyland.

- Era andato per questo motivo?

- Sì. Era innamorato dell’America del Nord e della California del Sud.

- Come se la cavava con la lingua inglese?

- Poco.

- A quando risale la sua ultima telefonata?

- Al giorno stesso in cui è giunto all’hotel. Poi, visto che non ci chiamava, lo abbiamo fatto noi. Con il risultato del quale le dicevo.


Antonio Mecca

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