TRASFERTA AMERICANA 9

La stazione ferroviaria non era lontana. Mi ci diressi e una volta al suo interno lessi i cartelli dei treni diretti a Los Angeles. Ce ne era uno di lì a mezz'ora. Acquistai il ticket a un distributore automatico e aspettai l'arrivo del treno, che giunse in perfetto orario. Vi salii a bordo e rimasi a osservare il paesaggio circostante con occhio disincantato. Sul vagone c'erano pochi passeggeri, che per fortuna erano pochi ma buoni. Almeno all'apparenza. Approdato nella bella e antica stazione in stile spagnolo mescolato all’Art Déco, uscito all’aperto decisi di fare rientro in hotel a piedi. Quando giunsi a destinazione non potei non notare un’auto della polizia nel suo caratteristico bicolore nero e bianco. Appoggiato alla portiera con un braccio stava un giovane agente in uniforme munito di berretto e occhiali da sole, forse inutili come inutili erano spesso loro perché per arginare il crimine ci voleva ben altro. Ma, come scriveva William Burnett:

“La peggiore polizia del mondo è sempre meglio di nessuna polizia”. 

Passai accanto alla macchina dando appena uno sguardo al suo interno. Quando la ebbi oltrepassata sentii che la portiera veniva aperta. Feci finta di niente, ma la voce che mi abbaiò alle spalle non era di quelle verso le quali si poteva fare finta di niente.

Mi voltai. Con la destra sul calcio della pistola l’agente disse: 

- Mister! What is your name?

Glielo rivelai, già rassegnato ai guai che presentivo stavano per cadermi addosso. Tegole munite di comignoli con relativi nidi di uccelli i quali avrebbero preso a beccarmi non appena vistomi crollare al suolo. 

L’agente richiese i miei documenti. Li estrassi dal taschino interno della giacca con calma, per meglio dire con lentezza, perché l’amico avendo già la mano sul calcio della pistola non volevo fornirgli il pretesto per estrarla. Pur non essendo un nero che loro sono fra quelli che rischiano sempre di più con i poliziotti, ero talvolta di carattere grigio a sufficienza da poter venire confuso per un non bianco. Quando il policeman ebbe completato l'operazione, alle mie spalle provenne la voce del suo collega. Una voce più vecchia ma non meno decisa, vale a dire insolente, si manifestò inducendomi a voltarmi. Vidi un poliziotto tre volte più rispetto al suo collega: più vecchio, il doppio dell'età del giovane suo partner; più grasso, perché munito di pancia ormai impossibile da far rientrare nel suo alveolo naturale; più incattivito dall'età, dagli anni di servizio, dalla feccia con la quale più o meno quotidianamente si doveva confrontare. Non portava gli occhiali dalle lenti scure, ma i segni che pressoché tutti i poliziotti portano addosso, quelli invece sì.

- Mister Solmi, deve seguirci in Centrale. Il tenente vuole parlarle.

- Il motivo?

- Questo sarà lui a spiegarglielo.

Così non mi restò altro da fare che salire sulla loro autopattuglia che puzzava di sudiciume stratificato e accomodarmi - si fa per dire - sul sedile posteriore, con a fianco il socio anziano della premiata ditta policemen brothers.



Antonio Mecca

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