TRASFERTA ITALIANA 7

In un edificio prospiciente una chiesa di media grandezza di colore bianco, l'uomo si fermò, trasse di tasca un mazzo di chiavi e con una di queste aprì il portone. Aspettai un po’: quindi mi avvicinai alla porta osservando i nomi riportati. Nessuno fra questi era di stampo russo, o slavo, o cirillico. Naturalmente ciò non stava a significare granché. L’uomo poteva trovarsi lì come affittuario, per cui c'era ben poco da fare, solo fotografare i nomi sui campanelli, mostrarli a Solmi e quindi discutere con lui sul come agire di conseguenza

Dopo avere passeggiato per un po’ me ne tornai in hotel, mi distesi sopra il letto (mi era capitato in passato di distendermi anche sotto, per meglio spiare determinati sospetti) e cercai quindi di dormire fino all'alba.

Poi, quando la sveglia suonò di lì a otto ore, mi rivestii e uscii. Mi feci condurre da un taxi nello stesso luogo dove il giorno prima ero stato in appostamento; quindi dopo avere pagato il driver gli chiesi di aspettare qualche minuto e mi diressi verso l’auto di Solmi con lui all’interno.

- Buongiorno – lo salutai. – La bambola è sempre in casa?

- Sempre. Una brava ragazza priva di grilli per la testa.

- Già. I grilli devono farle ben poca compagnia, visto che a loro preferisce le cicale come lei è.

Lui sorrise.

- Sì; è una cicala, come qua da noi si usa dire. O si usava.

- Va bene – risposi, prendendo il suo posto dietro al volante. – Ci vediamo stasera.

- Sì. Ciao.

Si diresse al taxi e quindi l’auto pubblica ripartì. 

Io tolsi di tasca un giornale italiano del cui contenuto capivo poco e nulla, sfogliandolo e sollevando lo sguardo di tanto in tanto in direzione della casa dove Vania abitava. E fu durante uno di questi frangenti che la vidi. Recava con sé un piccolo bagaglio, vestiva con gonna e giacchetta azzurri, portava una capigliatura perfettamente a posto e sembrava muoversi con decisione. Vidi che si dirigeva verso un taxi situato al lato opposto della strada, il muso puntato in direzione della piazza. L'autista, quando la vide arrivare scese, le tolse di mano il bagaglio e lo sistemò nel bagagliaio della propria auto la quale era una Mercedes di aspetto recente. Poi risistematosi dietro al volante si scostò dal marciapiede e si immise in strada. Io accesi il motore e mi immisi sulla carreggiata che immetteva a sua volta in piazza Udine. Erano le otto circa e il traffico si andava facendo più denso, come un caffè non americano servito in un bar del Sud Italia. Percorremmo la via Casoretto, ma questa volta non sfociammo in piazzale Loreto bensì svoltammo a destra prima di arrivarci per poi percorrere una strada di cui mi persi il nome. Vidi però che conduceva alla stazione Centrale. Il taxi si fermò nella corsia destinata alle auto pubbliche e scorsi Vania scendere. Io mi guardai intorno alla disperata ricerca di un posteggio, non lo trovai e allora decisi di piazzare la macchina con il muso rivolto in direzione della parte posteriore di un’altra auto, di marca italiana perché Fiat, modello recente perché Punto. Poi mi affrettai all'interno della stazione, un incredibile edificio grigio pesce costruito negli anni neri del fascismo imperante. Ritrovai la ragazza in coda davanti alla biglietteria, con due persone a me davanti. Allungando le orecchie mi riuscì di sentire la destinazione dove la dolce fanciulla intendeva recarsi: Rimini. Dopo essermi passata accanto la seguii. Sul tabellone delle partenze infatti quella per Rimini era annunciata di lì a dieci minuti. La vidi salire sul treno, per poi sistemarsi sulla carrozza quattro, dove mi sistemai anch'io a tre posti di distanza. La tenni d'occhio, e vidi che era intenta a parlare al telefono con qualcuno ma non udii quale fosse la lingua parlata. Poi, a telefonata conclusa, prese una rivista italiana e si mise a leggere. Di lì a poco apparve il controllore. Mi alzai per cambiare scompartimento, quindi telefonai a Solmi, che mi rispose dopo il terzo squillo con voce assonnata.

- Scusami per il disturbo. Mi trovo sul treno diretto a Rimini, alle calcagna di Vania. Ti avverto che ho 

  lasciato la tua auto nella parte laterale della stazione Centrale, in sosta vietata. La chiave è infilata nel

  quadro motore. Adesso sta arrivando il controllore e lo informerò di non avere il biglietto perché non ho

  fatto in tempo a farlo.

- Va bene, Frank. Fammi poi sapere altro quando sarai giunto a destinazione.

- Certamente. Ciao e a presto.

Quando il controllore apparve gli dissi che non avevo fatto in tempo a fare il biglietto e lui allora me lo fece, chiedendomi dove ero diretto perché il treno aveva come ultima destinazione Lecce, una città del Sud Italia. Dopo avere pagato e ottenuto il biglietto feci ritorno al mio posto. Vania era ancora intenta a leggere il giornale. Lo mollò all'incirca un quarto d'ora prima dell'arrivo nella località balneare. Attraversammo a velocità già ridotta un ponte che sovrastava un canale ospitante varie imbarcazioni per poi, di lì a poco, approdare alla stazione di Rimini. La donna da me tenuta d’occhio si alzò e prese con sé il proprio bagaglio, una borsa di tela color rosso rubino. Io lasciai che fra lei e me si interponessero alcune persone, dopodiché mi alzai a mia volta per avviarmi verso l'uscita. La stazione formicolava di persone in attesa di salire sul treno diretto al Sud e di altre già scese, tra le quali Vania e il sottoscritto. Una volta fuori dalla stazione la ragazza si avvicinò a un taxi, salendoci poi insieme al bagaglio. Io salii su quello immediatamente successivo chiedendo all'autista di seguire quello a lui immediatamente precedente.

- Come nei telefilm, eh?

- E come anche nei film – precisai. – E, soprattutto, come nella realtà.

Il tutto enunciato in un italiano sufficientemente comprensibile.

L'auto davanti a me si mosse; non le staccai gli occhi di dosso. Attraversammo una parte della città per poi confluire in un bel viale alberato affiancato di belle ville in mattoni. Poi svoltammo a destra e ne imboccammo un altro alla cui destra si trovavano bar, ristoranti, edicole mentre alla sinistra hotel e: più a sinistra ancora, il lungomare che separava il mare dalla strada. A un certo punto il taxi che ci precedeva rallentò per poi svoltare sulla destra.

 

Antonio Mecca

L'angelo degli abbandoni

di Giorgio Casalone
EDB Edizioni

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