UN AIUTO ALL'ITALIA DA 220 MILIARDI

Leggendo in queste settimane, prigioniero in casa, varie opinioni di economisti e politici sulla grave crisi economica nel nostro Paese e su come superarla, una volta usciti dall'attuale crisi sanitaria, mi sembrano opportune e chiarificatrici le soluzioni riassunte in 5 punti da Carlo Cottarelli su "La Stampa" del 28 marzo.

Primo. Occorre innanzitutto considerare che l'Italia e gli altri Paesi che combattono l'epidemia aumenteranno sicuramente il loro debito pubblico a causa delle tante chiusure delle imprese e delle attività economiche. È importante tuttavia che queste chiusure e frenate economiche siano temporanee, una volta superata l'emergenza sanitaria, per permettere alle stesse imprese di ritornare a produrre e a investire e alle famiglie di consumare. Ma per far questo è necessaria una politica fiscale eccezionale.

Secondo. L'Italia non può farcela da sola a uscire dalle crisi, considerato che si è indebitata più degli altri e non può comunque continuare a farlo senza ricorrere a prestiti esterni al fine anche di ridurre i tassi di interesse sul nostro debito. Le regole europee, che attualmente sono state sospese, se riformate potrebbero aiutare la crescita del nostro Paese.

Terzo. Di conseguenza l'aiuto deve avvenire dall'Europa e non fuori dall'Europa, peggio uscendo dall' Europa. Tutte le aree geografiche colpite dalla pandemia pensano ai loro interessi. Quindi non possiamo affidarci alla Cina, alla Russia o agli Stati uniti d'America. Sarebbe meglio evitare frasi e toni che prefigurano uscite dell'Unione europea.

Quarto. La risposta europea a questa crisi può essere l'emissione di titoli propri, i cosiddetti eurobond chiamati anchecoronabond, che sono ben diversi da quelli utilizzati una decina di anni fa per sanare i debiti di singoli Stati a causa di un alto debito derivato da politiche dissennate. Questi nuovi eurobond siano emessi da istituzioni europee per finanziare e gestire nuove spese, per esempio prestiti alle imprese, sussidi di disoccupazione o progetti infrastrutturali a causa della grave emergenza comune. Ma su questo non c'è accordo nel Consiglio europeo, con le 2 posizioni: favorevoli l'Italia e altri 7 Paesi, contrari Germania, Olanda e altri del Nord, che temono di far ricadere nel vecchio vizio della mutualizzazione del debito pregresso. Non sarà facile convincere gli oppositori che l'intenzione non è la stessa di dieci anni fa, considerando che l'epidemia e le difficoltà economiche si stanno estendendo in tutta l'area comunitaria. A causa di queste resistenze i Paesi nordeuropei si oppongono agli interventi dei prestiti da parte del Mes (Meccanismo europeo di stabilità) una volta Fondo salva-stati, a meno che non si rispettino le regole attuali che prevedono condizioni sulle politiche economiche ai Paesi coinvolti. Ma il governo italiano si oppone a qualunque tipo di condizionalità. A questo punto anche la Commissione europea ha le mani legate, mancando l'unanimità dei Paesi membri.

Quinto. Non possiamo scordarci di quello che sta facendo la Banca Centrale Europea, che ci sta finanziando in modo massiccio di acquisto di titoli di Stato italiano, da qui alla fine dell'anno attraverso i cosiddetti "quantitative easing". SI tratta di ben 220 miliardi (oltre il 12 per cento del Pil). La Bce ha anche dato disponibilità a un ulteriore aumento e questo lo può fare perché le sue decisioni vengono prese a maggioranza e non all'unanimità come per l'emissione degli eurobond o l'attivazione del Mes.

Fin qui Cottarelli.

La spinta a queste soluzioni è venuta anche da Mario Draghi, il quale qualche giorno fa ha lasciato un'intervista al Financial Times. Affermando che in tempo di guerra i debiti aumentano
ha lasciato intendere che l'Europa dovrebbe dotarsi di uno strumento comune, che potrebbero essere gli eurobond. Di esplicito ha invece sostenuto la necessità di salvare a lungo termine e a tasso zero le imprese per una crisi, definita "profonda". È quello che chiedono da tempo tutti i grandi imprenditori e i banchieri. Fare molto di più, pur non potendo raggiungere l'esempio della Germania che ha messo già sul campo 1.100 miliardi di prestiti.

Infatti, il governo italiano col suo decreto "Cura Italia" ha stanziato per il momento 75 miliardi e 50 che arriveranno con il secondo decreto ad aprile Si fa pressing da palazzo Chigi e da Bankitalia per aumentare almeno fino a 100 miliardi i prestiti alle imprese, per evitarne il collasso, ma il ministero del Tesoro frena. Si va in cerca quindi di liquidità, la Cassa depositi e prezzi è in grado di offrire tempi più rapidi rispetto ad altri fondi dello Stato. Ma anche il ricorso alla Cassa depositi e prezzi non risolve il problema di salvare a lungo termine e a tasso zero le aziende, dalle piccole alle grandi. Quindi si torna ancora una volta all'aiuto dell'Unione europea. Lo sforzo di Conte in queste settimane è di convincere i falchi di Germania, Olanda, Finlandia e Austria di puntare sugli eurobond emessi senza vincoli dalla Banca europea attraverso le dotazioni del Fondo europeo salva-Stati, che ha un capitale attuale di 700 miliardi.

Anche Paolo Gentiloni sarebbe d'accordo, stando a una sua intervista su "La Stampa". Un primo segnale di favore viene in questi giorni da Berlino, dal leader dei Verdi tedeschi Robert Habeck che ha detto: "Gli stati economicamente forti come noi devono aiutare quelli che stanno peggio. È nell'interesse tedesco che l'economia italiana sopravviva alla crisi".

Secondo Thierry Breton, super commissario francese al Mercato interno, Industria, Spazio e difesa l'Europa ha reagito bene alle necessità di liquidità delle industrie, ma devono essere messi a punto rapidamente piani nazionali per poi finanziarli. Non si può avere un approccio dall'alto al basso. Tra 15 giorni l'Eurogruppo troverà soluzioni alternative. Nel frattempoèstato sospeso per la prima volta nella storia il patto di Stabilità. Le risorse aggiuntive devono essere decise in una visione comunitaria. Si potrebbe immaginare un fondo con una governance specifica che emetta obbligazioni a lungo termine (20-30 anni).

Le idee quindi ci sono, manca la volontà di realizzarne alcune, affidandosi allo spirito comunitario.

Luciano Marraffa

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