Un esempio di riferimento per la collettività

Aspetti oscuri relativi alle tragiche vicende di Aldo Moro e Peppino Impastato

Essere liberi, contestatari, onesti, costruttori di verità scomode, oppositori di schemi viziati da legami criminali, innovativi e tanto altro: Aldo Moro e Peppino Impastato avevano tanto in comune e per una strana coincidenza della sorte perirono nella medesima giornata.

9 maggio del 1978 – 9 maggio 2024; sono ormai 46 anni dalla loro morte e, nonostante il tempo sia passato, si continua a ricordarne la memoria nelle piazze e nei luoghi in cui entrambi hanno operato con il loro pensiero e le loro azioni da protagonisti assoluti. 

Malgrado la storia abbia ormai fatto luce su molti degli aspetti oscuri relativi alle loro tragiche vicende: macchinazioni indegne, complotti, infamie, rimangono tanti interrogativi circa la tempesta mediatica velenosa di cui furono oggetto. In molti casi proprio da parte di chi avrebbe dovuto difendere due personalità così preziose per il dibattito politico e sociale in Italia.

Pensiamo che il loro coraggio e lungimiranza possano costituire ancora un esempio di riferimento per la collettività. 

In una fase di grande incertezza morale come quella attuale, possano ancora ricordarci i valori della democrazia e della legalità.

Pertanto è opportuno parlare nelle aule scolastiche di due personalità storicamente così rilevanti.  

Infatti, proprio dagli studenti, dovrebbero ritornare a diffondersi l’entusiasmo e l’interesse per le problematiche sociali, per il futuro, per un esercizio consapevole dei propri diritti - doveri di cittadinanza e soprattutto la passione per il dibattito costruttivo e per la discussione di soluzioni alle emergenze sociali. La scuola dovrebbe tornare a costituire il cuore pulsante di scambi, idee, progettualità, come probabilmente accadeva in misura maggiore in passato; ecco perché la formazione dei futuri cittadini non dovrebbe più essere bersaglio di scelte politiche nefaste e tagli indiscriminati. 

Oggi l’Educazione civica, materia veramente nobile e pervasiva, dovrebbe costituire il collante della formazione critica ed etica dei giovani; occorrerebbe potenziarla anche per conoscere gli eventi e i protagonisti del nostro recente passato. Il senso di una simile operazione non comporta condividere l’orientamento politico di chi ha fatto politica, ma conoscere alterità di pensiero al fine di creare una propria visione del mondo in un’ottica di rispetto per le opinioni altrui.

La studentessa Linda Ligorio della classe III sez. G del Liceo Scientifico Filolao di Crotone così commemora la figura di Peppino Impastato.

Il 9 maggio di 46 anni fa moriva il mitico Giuseppe Impastato, detto anche Peppino. Peppino nacque a Cinisi nel 1948 da una famiglia mafiosa: il padre era stato mandato al confine durante il periodo fascista, era capo di un piccolo clan e membro di uno più grande. In più sua zia aveva sposato un boss mafioso che era stato ucciso quando lui aveva appena 15 anni. A quella tenerissima età, Giuseppe aveva imparato già le regole di quel gioco sporco di sangue e lacrime: soldi in nero, accordi, carichi, piazze e così via. Nonostante appartenesse e conosceva come funzionasse questo mondo, invece di scegliere la strada più facile, già spianata, cioè quella della mafia, degli imbrogli, della violenza, e accettare il volere del padre, che lui stesso descriveva come un uomo con: “connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale”, si appassiona alla politica e fonda il giornalino: “L’idea socialista”, aderendo al PSIUP. Ciò fu considerato un gravissimo affronto, un passo falso che porta il padre Luigi a cacciarlo di casa. Peppino non si arrende e, come se non bastasse, decide di aprire “Radio Aut”, un’emittente libera che denunciava i mafiosi e li sbeffeggiava. Nel 1978 partecipa alle elezioni comunali, ma ancor prima di sapere l’esito viene ucciso con del tritolo collocato nella ferrovia di Cinisi. Gli uccisori avevano provato a mettere in scena un suicidio, ma chi lo aveva conosciuto non ha mai abboccato a questa bugia e anzi, pochi giorni dopo fu simbolicamente eletto al Consiglio Comunale. Peppino era una persona molto sfacciata, come tutti faceva finta di non avere paura, però il sentir pronunciare dai suoi familiari tutti i nomi delle persone che venivano uccise o maltrattate, per cui probabilmente ancora oggi si cerca di fare giustizia, gli hanno dato la forza di provare a dire basta. Ha dovuto mettere da parte i nomi “papà”, “zio”, “cugino”, lasciando solo quello che loro erano veramente, cioè persone che facevano del male e dovevano essere puniti per il male commesso. Purtroppo la sua vita è stata spezzata troppo presto, ma il suo tentativo di distinguersi, ci fa capire che fare del male è una scelta, così come lo è quella di fare del bene. Oltre al coraggio di Peppino non bisogna dimenticare quello della madre Felicia che, nonostante il dolore per la perdita del figlio, ha avuto la forza di prendere le distanze dalla "Famiglia" e denunciare i Badalamenti per l'uccisione del figlio.

Bisognerà attendere però l' 11 aprile del 2002 per vedere condannato all'ergastolo Gaetano Badalamenti per l'omicidio di Peppino. Nel 2004 muore Felicia madre amorevole e coraggiosa che ha lottato tutta la vita additando e accusando pubblicamente in tribunale Gaetano Badalamenti per rendere onore e giustizia alla memoria de figlio Peppino.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani invita nuovamente gli studenti e i docenti ad aderire al progetto #inostristudentiraccontanoimartiridellalegalità. Gli elaborati possono essere segnalati al CNDDU che li renderà visibili sui propri canali social (email: coordinamentodirittiumani@gmail.com)

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

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