Un giallo per immergersi in raffinate atmosfere

C'è talvolta un destino racchiuso nei nomi, un po' come un prezioso gioiello all'interno di uno scrigno altrettanto prezioso. Philip Kerr, scrittore scomparso di recente, ce lo aveva già nel nome: Philip, che alla mente e al cuore degli appassionati di polizieschi non può non rammentare il Philip Marlowe di Raymond Chandler nonché rammendare con ago e filo la stoffa ormai logorata dal tempo di vecchi scrittori del genere qui da noi definito giallo - così come il colore dell'oro di cui non sempre è composto. Talvolta sono infatti più preziosi i filamenti d'argento cuciti con l'ago da scrittori non proprio di serie A ma pur sempre muniti dell'abile manualità di un valente artigiano. Philip Kerr era ben più di un valente artigiano, e lo ha dimostrato con i suoi trenta romanzi, per la maggior parte polizieschi, di cui otto destinati al pubblico dei ragazzi. Strana similitudine questa che accomuna molti autori di polizieschi violenti, quali Mickey Spillane, Mario Puzo, e Philip Kerr, appunto, di aprire talvolta una parentesi destinata all'adolescenza. Kerr nasce a Edimburgo, capitale della Scozia, il 22 febbraio 1956 e qui muore il 23 marzo 2018. Studia Legge all'università di Birmingham, laureandosi nel 1980, e nel corso di quel decennio che caratterizza la nostra città come la "Milano da bere" (pur di farci mandar giù certi bocconi amari, ci farebbero bere un'intera città, mentre lor signori le città - e il Paese - sono soliti mangiarseli) Kerr lavora come copywriter. Nel 1989 esordisce nella narrativa con il romanzo "Violette di Marzo". Ha 33 anni, la stessa età nella quale Marlowe esordisce nella narrativa con il romanzo "Il grande sonno". Il suo è il primo di dodici romanzi con protagonista il detective privato Bernard-Bernie-Gunther. Il cognome è tedesco perché tedesco è il Paese dove Bernie si muove: la Germania nazista del 1936. La saga dell'investigatore privato tedesco e antinazista: due sinonimi questi non sempre accomunabili, procede fino alla metà degli anni '50, comprendendo anche una trasferta americana. Molti critici hanno accomunato lo stile e il personaggio di Kerr a quelli di Chandler, e in effetti vi sono diverse similitudini nei due personaggi: entrambi ex poliziotti, entrambi che narrano in prima persona, entrambi non sposati. Ma è soprattutto e specialmente nello stile che lo scrittore scozzese, a differenza della leggendaria avarizia di cui la sua terra viene ammantata, non si si è di certo risparmiato, e la similitudine fra lo scrittore americano di cultura inglese e quello scozzese anch'egli di cultura inglese, si ritrova pienamente nel personaggio di Bernie: il cui nome è lo stesso di Bernie Ohls, capo investigatore della procura Distrettuale nonché amico di Marlowe, e che svolge il suo lavoro e avvolge la sua esistenza in una resistenza che seppur passiva non è comunque neppure un'adesione al Partito Unico di quell'uomo unico che Hitler è stato, che nello Stato ha finito per identificarsi e che attira e invischia a sé le persone come insetti su carta moschicida composta di colla intrisa di arsenico - il veleno ideologico che le camicie brune derivanti da quelle nere mussoliniane posseggono. Leggere i romanzi di Philip Kerr, strappato alla vita e alla letteratura all'età di 62 anni appena compiuti, è immergersi in raffinate atmosfere di stampo chandleriano, con frasi come queste: "Era ben fatta e piuttosto alta, con indosso un tailleur nero che faceva risaltare le sue notevoli curve, simili a quelle di un'elegante chitarra spagnola"; "La stanza puzzava ancora come il grembiule di un barista; "Solo la morte d'intorno mi ricorda costantemente di essere vivo"; "Piano, bassotto - gli dissi, sovrastandolo come una fregata a fianco di una barchetta da pesca"; "C'era anche una specie di cabaret, animato da una cantante dai capelli arancione e la voce dal timbro nasale di uno scacciapensieri, e da un comico basso e ossuto con le sopracciglia unite, le cui battute erano osé come la cialda sulla panna montata" (da "Violette di marzo", traduzione di Patrizia Bernardini, Passigli Editore). Risulta chiaro che lo scrittore scozzese era un grande ammiratore di Chandler, e che ha cercato di ricalcarne lo stile muovendosi sulle sue stesse orme, fino ad arrivare praticamente alle stesse vette dove l'Olimpo della Letteratura domina dall'alto. Le impronte che Philip Kerr ha lasciato sono come quelle che si ritrovano nelle opere del passato, là dove si confondono quelle degli artisti antichi con quelle dei loro restauratori, i quali finiscono per diventare talvolta grandi quanto i primi.

Antonio Mecca  

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