UN MALEDETTO IMBROGLIO

"Quer pasticciaccio brutto de via Merulana"

Il 1959 fu per il cinema italiano un anno di grandi produzioni cinematografiche: "La dolce vita", di Fellini; "Il generale della Rovere", di Rossellini; "La grande guerra", di Monicelli; "Un maledetto imbroglio", di Germi. Il film uscì nel 1960, all'alba del nuovo decennio che avrebbe lasciato il suo segno nella società incidendola talvolta positivamente e talaltra negativamente: soprattutto verso la sua fine.
Il film "Un maledetto imbroglio" è stato tratto -piuttosto liberamente- dal romanzo di Gadda "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana", raccolto in volume nel 1957 ma uscito prima a puntate su rivista nel 1946 in una edizione più breve della seconda, quella considerata definitiva. La peculiarità del romanzo sta nel linguaggio, un romanesco che è una mescolanza tra dialetto verace e reinventato, prodotto da un milanese trapiantato a Roma dal 1950, anno in cui iniziò a lavorare per la Rai nei programmi culturali. Il successo arrivò quando l'editore Garzanti decise di pubblicarlo in volume. Si trattò di una vendita di alcune migliaia di copie, non certo un vero e proprio successo editoriale, ma per quell'epoca, e per quel nostro Paese di allora, fu certamente sufficiente.
Due anni dopo il produttore Peppino Amato decise di ricavarne un film. Amato era un uomo privo di istruzione ma non di fiuto, così come lo erano nelle stesse caratteristiche opposte anche Angelo Rizzoli Senior e Arnoldo Mondadori. La regia fu di Pietro Germi, che ne fu anche il protagonista, come già aveva fatto in precedenza per altri film suoi ("Il ferroviere" in primis) e di altri registi ("Il rossetto", di Damiano Damiani).
In accordo con gli sceneggiatori Alfredo Giannetti ed Ennio De Concini attualizzò l'azione della storia di trent'anni, dal 1927 alla fine degli anni '50. In entrambi i casi si tratta di una vicenda poliziesca concernente un furto di denaro e di gioielli e: forse le cose sono accomunate, dell'omicidio di una ricca e bella donna abitante in un palazzo di Via Merulana, lunga e famosa strada romana che partendo dalla bella chiesa di Santa Maria Maggiore discende per un lungo tratto fino a risalire sul piazzale che guarda a un'altra splendida chiesa: quella di San Giovanni in Laterano. È come se in quel saliscendi fosse implicita una sorta di parabola: quella di una discesa agli inferi e della successiva salita al paradiso. D'altronde lo stesso Gadda scrivendo dell'orrendo omicidio della ricca donna, lo paragona a una "vampa calda, vorace, avventatasi fuori dall'inferno" sul palazzo dove la vittima aveva vissuto. Gli sceneggiatori dovettero per soddisfare la morale corrente dare al pubblico un colpevole, visto che nel romanzo Gadda non arriva a fornirlo. Non fecero: Germi, De Concini e Giannetti, così come i loro colleghi americani più di dieci anni prima, quando non sapendo chi avesse ucciso nel romanzo "Il grande sonno" un determinato personaggio, inviarono un telegramma al suo autore Raymond Chandler per avere lumi. La risposta anch'essa telegrafica di Chandler fu: "Non lo so!".
Il film "Un maledetto imbroglio" viene brillantemente risolto dal suo protagonista: il commissario Francesco Ingravallo, un molisano di 35 anni che nel film viene impersonato da un genovese di 45. Gadda sembrò essere soddisfatto della riuscita del film, che aiutò la nuova uscita di quella libraria per le ristampe che il romanzo ebbe negli anni successivi. Gadda fu un altro di quegli scrittori che lasciarono questo mondo a cavallo del loro passaggio dai 78 ai 79 anni, così come sarebbe stato in seguito per James Hadley Chase, Mario Puzo, Frédéric Dard, Evan Hunter, Vincenzo Consolo. Morì infatti il 21 maggio 1973, a Roma, dopo essere nato il 14 novembre 1893, a Milano. Come quasi sempre accade riguardo un buon romanzo, il film risulta meno bello o comunque diverso dal libro, poiché risente del tempo trascorso nell'eccessivo gridare dei personaggi - da Saro Urzì allo stesso Pietro Germi, da Claudia Cardinale a Cristina Gajoni (doppiate rispettivamente da Rita Savagnone e Maria Pia Di Meo), e dall'insopportabile per la nostra epoca veracità della gente - non solo romana - che in realtà era più che altro voracità: nel soddisfacimento e disfacimento provocato della fame atavica di cibo e di sesso, nell'insopportabile maschilismo, nella sottomissione a un traffico devastante che trasformava e sformava le strade delle nostre belle e invidiate città in lunghi serpentoni di traffico inamovibile e le piazze in parcheggi a cielo aperto in nome del progresso imperante.



Antonio Mecca