UNA STORIA METROPOLITANA

Di Albertina Fancetti
Puntata cinque

Martina si sentiva tradita da Sabina e da Michele, i due facevano parte di un gruppo al quale lei non poteva appartenere. Le mancava Monica, nonostante si rendesse conto di quanto l’amica fosse pettegola e spesso crudelmente cinica, però era sempre stata considerata una brava ragazza. Era gradita ai suoi familiari e avevano molte cose in comune, oltre ad abitare nello stesso quartiere come consentiva la loro classe sociale piuttosto elevata. Per tre giorni Martina non si fece vedere ai giardinetti, anche se, quando arrivava l'orario della solita uscita, la tentazione di andare a vedere cosa vi succedeva era molto forte. Inoltre l'unica alternativa era rappresentata dai compiti delle vacanze, resa ancora più pesante dal clima caldo e afoso che imperversava su Milano. Mentre sfogliava distrattamente il testo di latino, attraverso la porta spalancata nel vano tentativo di dar luogo a una corrente d'aria che potesse rinfrescare l’ambiente, le giunsero alle orecchie frammenti della conversazione telefonica in corso tra sua madre e una sua amica. Sospettando che la mamma stesse proprio parlando di lei, Martina si avvicinò alla porta prestando particolare attenzione.

«Sai come si dice no… non tutte le ciambelle... Evidentemente ho avuto più fortuna con i ragazzi, è anche vero che sta attraversando un periodo difficile… speriamo che alla fine maturi anche lei».

Martina tornò verso la scrivania, chiuse di scatto il libro sul quale si stava sforzando di studiare, si mise ai piedi le scarpe da tennis ormai logore e uscì di casa sbattendo la porta. I suoi passi la condussero meccanicamente ai giardinetti, dove faceva talmente caldo che era impossibile pensare di sedersi al sole. Tutte le panchine erano ancora deserte, tranne “quella dei drogati”, da dove Sabina le faceva grandi cenni di saluto. Martina si diresse verso l’amica, entrando con timore nella zona di ombra che circondava la panchina.

«Ehi ma dove eri finita? Pensavo che fossi già partita» le si rivolse Sabina in tono spigliato. 

«Ho avuto da fare» rispose evasivamente Martina, arrossendo sotto lo sguardo sfrontato che Sabina le riservò dopo quell'ultima affermazione.

«Ragazzi, questa è Martina, una mia compagna di scuola». 

Un coro di ciao si innalzò dalla panchina, mentre Martina li osservava tutti, alla ricerca di un particolare che le facesse capire se erano veramente dei drogati. Nessuno di loro si presentò personalmente, ma nell'ora che seguì, la ragazza, seduta sul bordo dell'aiuola a chiacchierare con Sabina, ebbe modo di conoscerli tutti. Nino, quello più carino assomigliava al personaggio di un noto telefilm, aveva diciannove anni e  un atteggiamento disinvolto da leader. Il suo abbigliamento non aveva nulla di sporco o di trasandato e i suoi jeans bianchi erano immacolati. Roberto, ventenne di corporatura robusta, con un viso dai lineamenti irregolari e la pelle rovinata dall'acne, era anche lui vestito decorosamente, anche se meno curato di Nino. Salvino, il più piccolo, aveva solo diciassette anni, portava gli occhiali  sul viso rotondo ancora da adolescente, ed era trattato con affettuosa condiscendenza dal resto del gruppo. Infine c’era Marco, il ragazzo di Sabina, l’unico che non abitava nelle case popolari al di là del viale, ma sopra il negozio di panetteria in un caseggiato signorile. Era vestito griffato e sembrava avere un'istruzione superiore al resto del gruppo, formato da giovani disoccupati che avevano abbandonato gli studi appena dopo la licenza media. Marco aveva un sorriso aperto che a Martina ricordava la dentatura di uno squalo, e il fisico prestante tipico di chi fa fatto molto sport durante l’infanzia. 

«E’ vero che il tuo ragazzo spaccia la droga?» Osò chiedere Martina all'amica.

«Solo un po’ di fumo, d'altronde sono loro che glielo chiedono, se non lo fornisse lui lo prenderebbero comunque da qualcun altro» rispose Sabina subito sulle difensive. «E poi non è vero che fa male, anzi ti fa sentire molto rilassata e stai bene…»

Il loro discorso venne interrotto dall’arrivo di Michele, questa volta sopra una moto, sulla quale portava una ragazza bionda in avanzato stato di gravidanza. Vedendo Martina seduta sotto la pianta insieme al gruppo si mostrò accigliato, frenò rumorosamente accanto all'aiuola, mentre la sua passeggera scendeva faticosamente dal sellino. 

«Che cosa ci fai qui tu?» chiese bruscamente a Martina. 

«Quello che ci fai tu» gli rispose la ragazza in tono risentito. Michele la guardò stupito, poi decise di ignorarla mettendosi a confabulare con Marco e Nino, mentre Sabina bisbigliò in un orecchio all’amica:

«Hai visto quella sciagurata? Sta per partorire e pensa solo a farsi!»

Martina guardò la ragazza bionda dal viso grazioso e il corpo deformato dalla gravidanza.

«Oh Dio! Ma quanti anni ha?» chiese a Sabina

«Quasi diciotto, ma si fa da cinque. Anche il suo ragazzo, il padre del bambino, si fa da un sacco di tempo.»

«Vuoi dire che assumono eroina? Che si bucano?» Martina era molto turbata.

«Certo!» rispose Sabina imperturbabile.

«Ma non hai detto che il tuo ragazzo spaccia solo fumo?» insistette Martina.

«Si però sa dove trovare l’eroina. Te l’ho già detto che sono loro che la vogliono, altrimenti stanno molto male».

«Scusa, capisco che tu ne sia innamorata, ma da questo a farlo addirittura passare per il Buon Samaritano!»

«Uffa!  Martina mi stai proprio rompendo!» Sabina si alzò sbuffando e Michele prese Martina sottobraccio, conducendola con decisione fuori dai giardinetti avviandosi lungo il viale. 

«Come fai a conoscere Sabina» le chiese il ragazzo.

«Frequentiamo la stessa scuola, perché?» rispose Martina in tono aggressivo.

«Perché non è certamente una santa, il suo ragazzo spaccia la droga e anche lei ha cominciato a bucarsi, non credo proprio che possa essere una buona compagnia per te!» aggiunse Michele.

«A quanto ho potuto vedere anche tu frequenti quelle persone, e che mi dici di quella tipa incinta che hai portato ai giardini sulla moto?» ribadì Martina.

«Tu di me non ti devi preoccupare, sono io che mi preoccupo per te!» le rispose Michele con impeto, lasciando trasparire un forte accento meridionale, la ragazza si ricordò infatti che le aveva riferito di essere nato in Calabria. Inspiegabilmente quella risposta le provocò un fremito di gioia. 

«Anche tu prendi la droga?» chiese direttamente a Michele

«Ti ho già detto che non ti devi preoccupare per me» rispose il ragazzo. «Tu invece mi devi promettere che non accetterai mai di provare quella porcheria perché mi faresti molto arrabbiare.»

«Perché? A te cosa importa?» chiese ancora Martina in tono petulante.

«Sciocchina io a te ci tengo molto! Possibile che non l'hai ancora capito?» e così dicendo Michele le sollevò il mento ponendole sulle labbra un bacio dolcissimo.

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