UNA STORIA METROPOLITANA

Di Albertina Fancetti
Puntata diciassette

Michele sgattaiolò fuori di casa tenendo sotto braccio un voluminoso fagotto. Raggiunse a piedi la piazza a pochi isolati da casa sua, dove lo attendeva lo spacciatore. L'aria era fredda e umida e sui marciapiedi era steso un tappeto di foglie ingiallite. Il pusher non era solo, si era portato una spalla, un uomo sulla trentina con un aspetto assai poco raccomandabile. Michele lo salutò ostentando la solita disinvoltura, ma dai suoi occhi traspariva una profonda inquietudine.

«Ciao Pitti! Come va?» chiese con voce gioviale. 

«Male amico! Mi devi cinquecento euro e staremo meglio tutti e due quando avrai pagato il tuo debito» rispose Pitti 

«Mi dispiace Pitti, ma al cantiere non mi hanno ancora pagato… però ti ho portato questo… è di mio fratello… è nuovo l’ha pagato un sacco di soldi» disse Michele disfacendo il fagotto e mostrando un impermeabile da uomo di gabardine chiaro con l'interno foderato in lana scozzese. 

«Ehi stronzetto ci prendi per il culo!» l'aggredì l’uomo sulla trentina che accompagnava Pitti. 

«Che cazzo me ne faccio io di un impermeabile!?» rincarò Pitti 

«Puoi venderlo intanto che io aspetto che mi paghino…» insistette Michele con voce sempre meno sicura.

Pitti si infilò l’impermeabile stringendosi la cintura e alzandosi il bavero per ripararsi dall’umido clima autunnale. Il suo accompagnatore strinse Michele per il collo facendolo sbattere contro il muro d'una casa. Il ragazzo era troppo intimidito per riuscire a reagire. 

«Ti lasciamo tempo fino a domani sera… ti conviene trovare i soldi se non vuoi fare una brutta fine…» gli sibilò in tono minaccioso. Alcune persone dall'altro lato della piazza stavano osservando la scena. L’uomo lasciò andare Michele così bruscamente che per poco il ragazzo non cadde, poi si allontanò in fretta seguito da Pitti, sempre avvolto nell’impermeabile che il fratello di Michele non avrebbe mai più rivisto. Ancora molto scosso Michele abbandonò la piazza, sapeva benissimo di essere nei guai, quella era gente che non scherzava. Doveva assolutamente trovare una soluzione…

Martina lo incontrò sulla strada di ritorno verso casa, da quando era finita l'estate Michele era diventato molto nervoso e sempre meno affettuoso nei suoi confronti. Era evidente che qualcosa lo preoccupava, ma non intendeva parlarne con lei. Anche quella sera si comportò in modo scostante e la ragazza lo giustificò, riconoscendo ormai le prime avvisaglie di una crisi di astinenza. Martina quasi ci godeva nel vederlo star male, sempre sperando che il malessere lo convincesse a uscire dalla sua dipendenza dalla droga. Anche lei si trovava in un circolo chiuso, ormai si sentiva a disagio con lui e le pesava frequentare quell'ambiente sempre più squallido, ma stava ancor peggio senza di lui e non era ancora pronta ad accettare la fine del loro rapporto. Michele accompagnò a casa Martina salutandola distrattamente, poi si diresse verso la sua abitazione a passo svelto. Era inquieto e si guardava intorno con circospezione, la minaccia che aveva subito poco prima lo aveva sconvolto molto più di quanto fosse disposto ad ammettere, inoltre si sentiva addosso un gran freddo. Entrò in cucina dove trovò sua madre intenta ai fornelli, si fece scaldare una tazza di latte e si buttò sul divano ripiegandosi su sé stesso, bevve a piccoli sorsi cercando di frenare il tremito delle sue mani. Quando fu pronta la cena non aveva alcuna voglia di sedersi a tavola insieme ai suoi familiari, rimase quindi in soggiorno guardando la televisione senza riuscire a concentrarsi su alcun programma. Dall'altra stanza gli arrivava il chiacchierio di sottofondo dei suoi fratelli che cenavano insieme al padre e alla madre, poi sentì lo scalpiccio dei passi e il rumore delle sedie che venivano spostate.

«Mamma dove hai messo il mio impermeabile?» sentì chiedere Piero.

«Io non l’ho neanche toccato il tuo impermeabile» rispose la madre sulle difensive.

«L’avevo lasciato appeso qui…» Piero si diresse verso il suo armadio per controllare se per caso non vi fosse stato riposto, non trovandolo si avviò con passo deciso verso il soggiorno dove Michele stava ancora sdraiato sul divano.

«L’hai preso tu, non è così…»

«Io non so niente, lasciami in pace non vedi che sto male!» il piagnucolio del fratello minore convinse Piero di aver indovinato.

«Si può sapere cosa ne hai fatto? Adesso ti metti a rubare anche in casa tua drogato schifoso!»

Le urla di Piero fecero accorrere il padre, un uomo basso e corpulento, provato da anni di duro lavoro in fabbrica.

«Che succede adesso?» chiese allarmato.

«Succede che Michele mi ha rubato l’impermeabile nuovo per pagarsi la sua fottuta droga!» esplose Piero.

«È vero quello che dice tuo fratello?» domandò il padre a Michele con accento minaccioso, avvicinandosi con i pugni serrati.

Il ragazzo ne era sempre stato terrorizzato, riconosceva la sua forza costruita su una vita di sacrifici, suo padre gli ricordava un ariete, quando era in collera niente riusciva a fermarlo. La paura non fece che aumentare il tremore che ormai lo attanagliava a causa della crisi di astinenza, pertanto rimase accovacciato sul divano senza nemmeno provare più a negare. Il padre lo afferrò per i capelli scuotendolo con mano di ferro.

«Adesso rubi in casa tua… a questo punto siamo arrivati!» una serie di violenti ceffoni arrivarono sul viso di Michele che, senza reagire, si mise a piangere. 

«Piangi… piangi… sarai sempre un uomo di merda!» urlò ancora suo padre ributtandolo sul divano, uscendo poi dalla stanza ostentando il suo disgusto per quel figlio degenerato.

Michele rimase chiuso in casa per parecchi giorni, Martina lo raggiungeva tutti i pomeriggi e rimaneva qualche ora con lui, cercando di sostenerlo durante l'ennesima disintossicazione dalla droga. Questa volta lo vedeva veramente spaventato e si convinse pertanto che fosse arrivata la svolta definitiva. I familiari di Michele erano stati molto determinati nell’avvertirlo che se non avesse chiuso definitivamente con il suo vizio, lo avrebbero cacciato di casa. Il capo cantiere aveva telefonato per informarli che, essendosi stancato delle continue assenze dal lavoro del ragazzo, lo aveva sostituito con un elemento più volonteroso. Il padre di Michele passò dal cantiere a ritirare quello che rimaneva della misera paga di suo figlio e la versò direttamente a Piero, a titolo di risarcimento per il furto dell’impermeabile. Rimasto senza lavoro e senza soldi, Michele non sapeva come riuscire a pagare il debito con il suo spacciatore. Pitti era ormai certamente furioso a causa della sua sparizione, e non aveva alcun dubbio sul fatto che prima o poi gli avrebbe messo le mani addosso, dandogli una di quelle pericolose lezioni che doveva servire da monito per gli altri debitori. 

Dopo una settimana ricevette una telefonata da Nino:

«Allora dove sei finito? Guarda che ti cerca Pitti ed è veramente molto incazzato, credo proprio che questa volta siamo nei guai!»

«Perché dici siamo, tu che cosa c’entri?» chiese Michele.

«Anch’io ho un certo debituccio con Pitti…» soggiunse Nino.

«E come pensi di fare a trovare i soldi?» chiese Michele speranzoso.

«C’è un unico modo per uscire da questo pasticcio… ma non te ne voglio parlare al telefono. Ti aspetto in macchina sotto casa tua, scendi che ne parliamo. Con Pitti abbiamo tempo fino a stasera, quindi dobbiamo sbrigarci a trovare una soluzione».

Nino sembrava piuttosto eccitato. Michele si infilò il giubbotto di pelle e uscì di casa.

 

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